“AI slop” è un’espressione usata per indicare contenuti di bassa qualità prodotti con l’intelligenza artificiale. Slop in inglese significa “brodaglia” o “pastone”, e trasmette l’idea di qualcosa prodotto in grandi quantità ma di scarso valore. Per questo “AI slop” indica testi, immagini, video realizzati con l’AI e percepiti come scadenti, impersonali, senza un reale contributo umano.
Eppure di AI slop ce n’è sempre di più, proprio dove ci si aspetterebbe invece l’espressione più autentica dell’essere umano. Facebook, nato per connettere le persone, ne è pieno, tanto che ora è anche arrivato un bollino apposta per segnalare non il contenuto, ma addirittura l’intero account come umano e non frutto del lavoro di un algoritmo. C’è ancora molto da fare su Instagram, dove pure esiste da tempo una dicitura “Realizzato con AI”. Di X e Threads non parliamo nemmeno, ma vale la pena di concentrarsi su LinkedIn. È il regno dello storytelling autopromozionale, l’impero del marketing dell’ego, dove vince chi propone una narrazione di sé più scintillante, più emozionante, più ricca di considerazioni e lezioni da imparare. Tutte cose che si possono realizzare bene e senza fatica con l’AI.
Negli ultimi tre anni, il social network professionale di Microsoft ha spinto gli utenti a migliorare i propri post con l'AI generativa integrata nella piattaforma. Così si sono moltiplicati a dismisura gli annunci di traguardi personali, riflessioni da leadership e liste di buoni consigli che hanno sempre lo stesso ritmo, gli stessi elenchi con trattini e gli stessi emoji a forma di razzo. Così LinkedIn sta introducendo un nuovo pulsante: "Sembra AI slop", da cliccare sotto ai post che potrebbero essere stati scritti da un'intelligenza artificiale. L’annuncio arriva dal responsabile prodotto di LinkedIn, Hari Srinivasan: "L'AI slop è una priorità assoluta per tutti noi”, ha scritto in un post. “Ci teniamo davvero. Le persone vengono su LinkedIn per connettersi con persone reali e condividere le loro prospettive, idee ed esperienze reali”. La frase ha il pregio di poter essere stata scritta sia da un umano sinceramente preoccupato sia da un modello linguistico cui è stato chiesto di produrre un post su quanto sia importante l'autenticità umana. Nessuno però potrebbe dire con certezza in quale delle due categorie ricada. L’azienda dice di bloccare “centinaia di migliaia” di tentativi di commenti automatizzati al giorno e miliardi di altri tentativi di automazione negli ultimi mesi. Con cifre del genere, viene da pensare che il problema non è un'anomalia da correggere ma la condizione ordinaria della piattaforma. La funzione "migliora il tuo post", lo strumento che riscriveva i post degli utenti con stile da leader motivazionale, viene sostituita da un correttore di bozze che promette di non alterare la voce di chi scrive. E si limita a correggere i refusi, invece di trasformare un pensiero banale in una parabola con tanto di call to action finale. LinkedIn torna sui suoi passi, insomma, e si affianca a Substack, che da poco ha integrato uno strumento che permette ai lettori di verificare quanto una newsletter possa essere stata scritta con l'AI. Il problema, però, non è risolto del tutto: intanto perché gli strumenti per generare post educativo-motivazionali sono a un clic di distanza, e poi perché non basta eliminare un pulsante per tornare a presentarsi per come si è davvero. Specie in un social network dove – più che in ogni altro – vale la regola del “fake it until you make it”, fingi di essere qualcun altro finché non ci riesci davvero.











