Catturati in una ragnatela. Così si sentono i fan dell’Uomo Ragno, che in questi giorni stanno accorrendo in massa al cinema: chi va di corsa per acquistare i gadget che vanno a ruba e chi si presenta in sala indossando la tuta del proprio eroe. C’è qualcosa di diverso nel nuovo Spider-Man: Brand New Day rispetto ai capitoli precedenti. È Peter Parker a essere diverso. Eppure, allo stesso tempo, è riconoscibilissimo. Oltre a lui, c’è un’altra silenziosa protagonista nel film (e no, non c’entra con i villain che dovrà affrontare). O meglio, dipende da come si immagina la propria salute mentale: un mostro da combattere o una parte di sé di cui prendersi cura? La gestione delle proprie emozioni è un argomento che sembra stridere con l’immagine tradizionale di supereroi e supereroine: forti, sicuri di sé, invulnerabili. Ma Peter Parker non è mai stato quel genere di personaggio, e in questo film vediamo quante cicatrici possano lasciare gli addii alle persone care, le trasformazioni del proprio corpo e la mancanza di ascolto dei propri bisogni. Il mantra di Spider-Man è sempre stato: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. È vero, ma queste responsabilità tengono conto di Peter Parker? Includono il suo caos emotivo? I fan sanno benissimo che spesso ciò che nuoce a Spider-Man fa bene a Peter, e viceversa. In questo film, però, la spaccatura è così evidente che a un certo punto persino Spider-Man è costretto a vacillare. L’eroe si rifugia nel suo lavoro, ma anche se si tratta di prendere a cazzotti il potente criminale di turno, non riesce a colmare il vuoto che Peter si porta dietro, persino sotto la tuta. Nel capitolo precedente ha perso zia May e tutte le persone che amava hanno dimenticato la sua identità. Ora si sente solo al mondo, scosso ed esausto. Il suo corpo sta cambiando e Peter tenta in tutti i modi di ignorarne i segnali o di sopprimere ciò che lo spaventa. Decide di rifugiarsi nelle sue ragnatele, finché questo atteggiamento non lo consuma lentamente. È così che persino Spider-Man impara a conoscere i sintomi del burnout. È un ragazzo come tutti gli altri, costretto a fare i conti con ciò che rimbomba nella sua testa. Ed è per questo che rimane il supereroe che più di tutti riempie le sale di tutto il mondo: è quello in cui gli spettatori si rispecchiano con maggiore facilità, e questo film ne è la prova. Non perché è in grado di volare sui grattacieli di New York, ma perché riesce a compiere prodezze nonostante le fragilità che lo attraversano. Sotto quella maschera, ogni fan sente di potersi immedesimare, riconoscendo le cicatrici di Peter come proprie. La scelta degli autori è stata chiara e coraggiosa: scena dopo scena, fanno capire al pubblico che il nemico più grande di Peter non è un super cattivo che terrorizza la città, e non è nemmeno Spider-Man. Ciò che lo danneggia di più è la sua decisione di sopprimere alcune parti di sé, di silenziare emozioni che, se tenute al buio troppo a lungo, irrompono con una potenza disarmante. La sua più grande responsabilità, a quel punto, diventa tutelare il cosmo interiore che si agita dentro di sé. Non era facile mettere il tema della salute mentale al centro di un film di supereroi, ma lo hanno fatto comunque, parlando direttamente ai giovani che con quei cambiamenti e quelle fragilità convivono quotidianamente. Spider-Man è uno di loro, ed è tornato per ricordarglielo.