Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per accogliere certe storie. Il Giardino dell’Impossibile, a Favignana, è uno di questi. Nato da una cava di tufo scavata per decenni dalla mano dell’uomo, è oggi un giardino mediterraneo che ha trasformato una ferita della roccia in uno spazio di bellezza, silenzio e rinascita. Camminandoci dentro si ha la sensazione che la natura non abbia cancellato ciò che è stato, ma lo abbia custodito, lasciando che il tempo trovasse un nuovo equilibrio tra vuoti e pienezza, tra memoria e presente. Forse è anche per questo che Caprilegio sembra appartenere a un luogo come questo prima ancora che a uno schermo. Il documentario di Margherita Laterza e Rosa Maietta, che il 31 luglio sarà proiettato in anteprima proprio al Giardino dell’Impossibile, nasce infatti dallo stesso gesto: attraversare una ferita senza addomesticarla, ascoltare ciò che continua a risuonare sotto la superficie, trasformare un’eredità familiare in un racconto capace di parlare a tutti. In Caprilegio, Capri si allontana dall’immagine da cartolina che tutti conosciamo. Diventa un territorio interiore, un luogo abitato da memorie, assenze, miti e contraddizioni. La storia di Margarete Bielschovsky, ebrea tedesca in fuga dalla persecuzione nazista, quella di Carmelina e quella della stessa Margherita Laterza si intrecciano in una ricerca che non ha il tono dell’indagine storica, ma quello di un dialogo con il tempo. È un film che non cerca risposte definitive: preferisce abitare le domande, accettando che alcune verità possano essere soltanto sfiorate, come accade con le sirene che attraversano il racconto senza mostrarsi mai del tutto. Incontrare Margherita Laterza nello stesso luogo che poche ore dopo accoglierà il suo film ha dato all’intervista esclusiva per Virgilio Notizie una qualità particolare. Intorno a noi c’erano il vento, il profumo delle piante mediterranee, il tufo scavato e restituito alla vita. Era difficile non accorgersi di quanto quel paesaggio dialogasse con il suo immaginario artistico. Del resto, ascoltando Margherita Laterza parlare, si comprende presto che per lei il cinema, la musica, la filosofia e perfino il silenzio non sono linguaggi separati, ma strumenti diversi per inseguire la stessa domanda: come dare una forma a ciò che ci abita senza tradirne il mistero. Margherita Laterza possiede una qualità sempre più rara: non offre mai risposte preconfezionate. Riflette, si concede il tempo del dubbio, accetta di fermarsi prima di trovare le parole giuste. È un modo di stare nel mondo prima ancora che un modo di fare arte. Le sue risposte non sembrano voler convincere, ma condividere un percorso. Forse è anche per questo che, parlando con lei, si ha l’impressione di assistere meno a un’intervista e più a un esercizio di ascolto reciproco. Ne è nata una conversazione che parte da Caprilegio, ma finisce inevitabilmente per attraversare molto altro: il rapporto con la memoria e con le proprie radici, la libertà femminile, il peso dello sguardo degli altri, il mestiere dell’attrice, la musica come linguaggio ancestrale, il successo, la vulnerabilità e quel caos interiore che, parafrasando Nietzsche, ogni artista è chiamato a trasformare nella propria stella danzante. Perché, in fondo, Caprilegio non racconta soltanto la storia di tre donne. Racconta il coraggio di chi sceglie di scendere nelle proprie profondità senza la pretesa di uscirne con tutte le risposte, ma con uno sguardo nuovo. Proprio come accade al Giardino dell’Impossibile, dove una ferita della terra continua a essere visibile, eppure è diventata il luogo in cui la bellezza ha deciso di mettere radici.
Margherita Laterza, l’intervista all’attrice: “Le ferite possono diventare il luogo in cui mettere le radiciˮ
Dal cinema alla musica, dalla memoria alla libertà: l'incontro con Margherita Laterza prima della proiezione di Caprilegio a Favignana









