IA e classifiche musicali: le proposte delle major accolte da FIMI contrastano gli abusi, ma non risolvono le criticità strutturali dello streaming.

Musica generata con l'AI

Mercoledì 29 luglio, un consesso di label musicali che contano le tre major Universal Records, Sony Music, Warner Music, la quasi-major BMG, e altre importanti sigle come la francese Believe, la coreana HYBE, e molte altre indie hanno pubblicato un comunicato congiunto nel quale si invita a sviluppare in tutto il mondo nuovi principi di compilazione delle classifiche di vendita, per resistere all’invasione delle tracce prodotte con intelligenza artificiale. In breve, l’italiana FIMI si è allineata a questa proposta.

L’incremento di tracce prodotte tramite o con l’aiutino di IA generativa, infatti, non si è arrestato dopo i primi timori espressi negli ultimi due anni, e oggi più di metà delle canzoni caricate sulle piattaforme streaming sono interamente o parzialmente frutto di un prompt. Al netto degli artisti e produttori che sponsorizzano l’uso di questi servizi, spesso in malafede o con importanti conflitti d’interesse (come Diplo); al netto degli illustri artisti che si sono un po’ fritti il cervello (come Wayne Coyne dei Flaming Lips); al netto di chi si fa dare una mano nel mix o master per colmare un’inesperienza, e ricorrendo a tool “economici” per non coinvolgere professionisti che non si può permettere per ragioni che dovremmo indagare; al netto di chi semplicemente sperimenta e gioca, e al netto di tutto ciò che sta nel mezzo, questo flusso sempre più imponente di musica IA-generata non ha nulla di normale e sano, ed è piuttosto il sintomo di un’industria che dovrebbe fare profonde riflessioni sui propri meccanismi. Certo, ci sono sempre i casi che fanno eccezione. Di recente un paio di canzoni generate con IA hanno fatto breccia in un mercato come quello coreano dove, nonostante le fabbriche della canzone siano al potere, il valore dell’esperienza umana individuale e inimitabile dietro anche la più caramellosa hit è portato avanti da masse di fan, al punto da mandare in crisi progetti ben strutturati di band virtuali composte da avatar, come i fallimentari GLXE. Ma non è di questi casi che parliamo oggi: parliamo di chi prova a sfruttare le falle del sistema per grattare qualche soldo dal fondo del paiolo dello streaming. E contro questi furbetti del programmino (laddove il “programmino” è Suno) l’industria discografica si sta muovendo eccome. Prima con la proposta di qualche settimana fa spinta dall’americana RIAA e da IFPI (anch’essa accolta da FIMI) di rendere obbligatorie le etichettature di musica IA-generata o IA-assistita sulle piattaforme, un passaggio complicato e macchinoso ma forse necessario per creare una distanza con gli abusi di una tecnologia che molte persone trovano (legittimamente) inquietante e fastidiosa. E ora con una proposta legata alle classifiche.