Il gioco tra due cani, e la copertina del libro di Toomey

Il mondo animale ha un talento speciale per sorprenderci: basta osservare un panda che si rotola nella neve, un elefante che scivola nel fango, un corvo che si lancia in acrobazie senza apparente necessità, o un polpo che manipola oggetti con la determinazione di un bambino che vuole assolutamente batterti a Indovina chi. Perché questi animali mettono in atto comportamenti di questo tipo? Potremmo pensare che stiano giocando, ma ne siamo proprio sicuri? In etologia, il gioco occupa un posto enigmatico: sappiamo che c’è e crediamo di capire cosa sia, almeno finché non proviamo a definirlo.È proprio da questa difficoltà che parte David Toomey in Nel regno del gioco, un saggio ricchissimo sul gioco animale. Alcuni comportamenti a prima vista possono sembrarci ludici, soprattutto se li guardiamo con occhi umani, ma in realtà possono essere tutt’altro: esplorazione, corteggiamento, lotta, o perfino stereotipia, cioè una ripetizione compulsiva legata spesso a disagio o stress. Per questo Toomey illustra e riprende i criteri dell’etologo Gordon Burghardt: un comportamento ludico deve essere volontario, non immediatamente funzionale, diverso da altri comportamenti, ripetuto ma variabile, e deve comparire quando l’animale è in buone condizioni, al sicuro e non costretto da pressioni esterne. Anche quando si parla di divertimento, insomma, la scienza pretende un certo rigore. Il problema non è trovare un animale che gioca, è dimostrarloUno degli aspetti meglio strutturati del libro è proprio l’equilibrio tra meraviglia e metodo. Il gioco animale è stato a lungo considerato un tema laterale, quasi frivolo, e quindi poco adatto a costruirci sopra carriere accademiche e ad accedere ai finanziamenti per la ricerca. Eppure basta leggere i primi capitoli per capire quanto fosse miope questa visione, perché il gioco è ancora un grande mistero: costa energia, espone al rischio, distrae dai predatori, e nei casi peggiori può anche finire male, eppure gli animali ci si dedicano. E se si è conservato in tante specie diverse lungo tutto il corso dell’evoluzione, come racconta il libro, deve esserci un motivo.Facciamo l'esempio dei polpi. Un giorno del 1997 Roland Anderson, biologo dell'Acquario di Seattle, chiamò la collega Jennifer Mather con l'entusiasmo di un’amante dello shopping ai saldi di fine stagione dicendo: “Sta facendo rimbalzare la palla!”. Naturalmente il polpo non aveva trovato un pallone nell’acquario: la “palla” era un flacone di paracetamolo zavorrato in modo da galleggiare poco sotto la superficie dell’acqua. Il polpo lo lasciava andare, gli sparava contro un getto d’acqua con il sifone, lo mandava dall’altra parte della vasca e aspettava che la corrente glielo riportasse indietro. Poi ricominciava. Anderson lo vide ripetere la sequenza sedici volte prima di prendere il telefono.Quel comportamento era semplice esplorazione o si poteva parlare di gioco? Bisognava scoprirlo: Mather e Anderson progettarono allora un esperimento con otto polpi e alcuni flaconi di plastica. Tutti li manipolarono, ma solo due individui andarono oltre l'ispezione: usavano il sifone per far viaggiare i flaconi avanti e indietro nella vasca, come se stessero sperimentando tutte le possibilità offerte da quell'oggetto. Al di là di attribuire ai cefalopodi una versione subacquea del calcetto, c’era da capire quali strumenti abbiamo per distinguere il gioco da comportamenti simili che gioco non sono, come l’esplorazione, e, soprattutto, che motivo avevano per “far rimbalzare la palla”.Suricati adorabili, ma fino a un certo puntoIl libro è anche pieno di animali che smentiscono la loro reputazione. I suricati, per esempio, sono entrati nell’immaginario collettivo come sentinelle adorabili della savana, anche grazie al Timon del Re Leone. La biologia, come spesso accade, rovina un po’ la poesia: i gruppi confinanti si fanno la guerra per il territorio, gli individui dominanti possono arrivare a uccidere i cuccioli dei rivali, e la sopravvivenza dipende da un equilibrio tutt’altro che idilliaco tra cooperazione e conflitto.Leggi anche: Suricati che fanno politica sotto il soleProprio per questo la zoologa Lynda Sharpe li scelse per mettere alla prova alcune ipotesi sul gioco animale. Dopo aver registrato oltre 27.000 episodi di lotta ludica, scoprì che i cuccioli più giocherelloni non diventavano adulti più abili nei combattimenti reali: una delle teorie che poteva spiegare il gioco, quella dell’esercizio alla lotta, con i suricati mostrava molti limiti, e anche l’ipotesi del rafforzamento dei legami sociali ne usciva meno solida del previsto. È un passaggio interessante, perché Toomey non presenta la scienza come una sequenza di risposte definitive, ma come un processo di affinamento delle idee. La ricerca sul gioco ha le stesse caratteristiche di quella di tutti gli altri settori: ci sono vari inciampi, e procede in modo non lineare.Toomey, intanto, gioca con il saggioLo stesso gusto per la deviazione narrativa torna quando Toomey cita Quei bravi ragazzi per parlare del gioco verbale, della minaccia simulata e dei rapporti di status. È un esempio perfetto del suo metodo: partire dagli animali, passare dai ratti, arrivare a Joe Pesci e tornare all’etologia senza perdere il filo. Non è poco. Molti autori, in una curva del genere, finirebbero fuori strada e dentro una siepe. Anche se cita molti studi e aneddoti curiosi, il libro non è una semplice raccolta di scoperte scientifiche. Toomey è uno scrittore che si diverte visibilmente a scrivere, e questa è una qualità che aumenta il livello culturale di un saggio. La competenza di Toomey sta anche nel rendere narrativi concetti complessi senza trasformarli in cartoline con animali buffi.Nel capitolo sulla preparazione all’imprevisto, altra possibile spiegazione per il gioco, l’autore racconta gli eritrocebi osservati da Sergio e Vivien Pellis: giovani scimmie che si lanciavano dagli alberi lasciandosi cadere di pancia, con tonfi che dovevano fare male solo a guardarli. Poi risalivano e ricominciavano. Un comportamento perfetto per far impazzire qualunque madre, umana o non umana, e a quel punto Toomey richiama la classica domanda degli agli adolescenti imprudenti: se un tuo amico si buttasse da un ponte, lo faresti anche tu? La sua risposta, confessa lui, probabilmente sarebbe stata sì: certi giochi non servono ad allenarsi a un compito preciso, ma ad abituarsi agli imprevisti, alla perdita momentanea di controllo che viene addirittura riprodotta tramite sabotaggi come questo. Il che spiega perché un gioco troppo semplice non piace a nessuno.Il cervello in giocoPoi Toomey si concede un cambio di genere: quando arriva al cervello dei ratti che giocano alla lotta, mette in scena una piccola commedia neurologica: l’amigdala che si agita perché qualcuno ti sta mordendo, la corteccia che prova a ricordarle che è solo una zuffa tra amici, l’ipotalamo che chiude la scena con l’aria di chi ne ha viste troppe. La teatralizzazione cade a fagiolo, perché arriva dopo esperimenti scientifici cruenti: negli anni Novanta Vivien Pellis e Ian Whishaw rimossero chirurgicamente la corteccia di alcuni: ci si poteva aspettare che, da adulti, quegli animali non giocassero più. Invece giocavano eccome. Solo che giocavano malissimo: invece di rispondere ai segnali del compagno, invece di mettersi nella posizione giusta al momento giusto, continuavano con la mossa sbagliata, e il tutto finiva molto male. Più tardi, con lesioni più mirate alla corteccia prefrontale, il problema diventò ancora più evidente: alcuni ratti non riuscivano a “leggere” lo status dell’altro, innescando un’escalation che di gioco non ha più nulla.Kea, topi chef e altri sabotatori del nostro antropocentrismoNel libro ognuno potrà trovare il suo esempio preferito: ci sono i kea, pappagalli neozelandesi descritti come curiosi, insistenti, distruttivi con notevole talento: giocano con oggetti, smontano cose, sembrano impegnati in una specie di vandalismo cognitivo di alta montagna.Leggi anche: Bruce: il wrestler dominatore, anche senza beccoCi sono uccelli che lanciano e recuperano oggetti in volo, cani che usano segnali per chiarire “stiamo giocando, non ti sto aggredendo”, ratti che modulano la lotta in base allo status sociale, macachi che sembrano usare il gioco per negoziare. E poi c’è il topo che, nella casa di Toomey, accumula pinoli in una stufa a legna tiepida e li ritrova arrostiti: un topo chef, con un ristorante clandestino e una certa parsimonia yankee.Toomey non rinuncia nemmeno alle frecciatine. Dopo aver raccontato gli studi dei Pellis sull'evoluzione del gioco nei muridi, osserva che i topi comuni, a differenza dei ratti, hanno un repertorio di gioco sorprendentemente povero: attacco e fuga, nient’altro. I ratti, invece, sono molto più fantasiosi, tanto da aver trasformato la lotta in un sofisticato esercizio di negoziazione sociale. Niente, non c’è partita, in tutti i sensi.