Nell’aria si mescolano l’odore di salsedine e quello, più ostinato, della polvere di cemento che non si è mai del tutto posata. A La Guaira, poco lontano da Caracas, dove il terremoto ha distrutto centinaia di palazzi, vi è ancora un numero imprecisato di dispersi. È il tempo sospeso dei disastri, quello in cui i numeri, enormi, quasi astratti, diventano l’unico modo per esprimere il dolore che le famiglie non riescono ad accettare e a comunicare.
Il sisma ha amplificato il collasso economico: l’inflazione è la più alta del mondo, oltre il 500% annuo, il bolivar, la moneta, continua a perdere terreno sul dollaro. E, dulcis in fundo, del petrolio a 100 dollari al barile, ai venezuelani non arriva nulla.
Il terremoto ha colpito un Paese già alle prese con una transizione storica e fragile. Il 3 gennaio 2026 le forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro a Caracas nell’operazione “Absolute Resolve”, trasferendolo a New York con accuse di narcotraffico e terrorismo. Al suo posto governa, come presidente ad interim, l’ex vicepresidente Delcy Rodríguez, senza elezioni libere ancora annunciate; una governance a sovranità limitatissima. Le minacce di Donald Trump non sono state subliminali: « Se Delcy non fa ciò che le diciamo farà la fine di Maduro».







