Sono trascorsi trenta giorni da quando i due terremoti, di magnitudo 7,2 e 7,5, hanno colpito il nord del Venezuela in appena 39 secondi, nella notte del 24 giugno. Quello che allora le autorità descrissero come un fenomeno sismico poco comune, un doppio evento sismico, si è trasformato con il passare delle settimane in una delle peggiori catastrofi naturali vissute dal Paese in oltre un secolo.
PUBBLICITÀ
A un mese di distanza, i numeri continuano a cambiare, anche se molto più lentamente rispetto ai primi giorni, e lasciano ancora vuoti che il Governo non ha colmato. L’ultimo bilancio ufficiale, diffuso venerdì scorso dal presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, indica 5.546 morti e 16.740 feriti.
Quest’ultimo dato praticamente non cambia da settimane, il che fa pensare che le équipe mediche non ricevano più nuovi casi gravi. Al contrario, il numero dei morti continua ad aumentare man mano che proseguono i lavori di rimozione delle macerie e l’identificazione forense dei corpi, molti dei quali sepolti senza essere riconosciuti in fosse apposite nei cimiteri di La Guaira.
Il dato più scomodo, però, è quello che il Governo venezuelano non aggiorna. Dal 25 giugno, il giorno dopo il doppio evento sismico, le autorità non hanno più fornito una cifra ufficiale di dispersi, che allora era di 157 persone. In quel vuoto è nata un’iniziativa civica, Desaparecidos del Terremoto de Venezuela, che raccoglie le segnalazioni dei familiari e tiene un registro di circa 29.500 persone di cui non si conosce il destino. Questa distanza tra ciò che riconosce lo Stato e ciò che documentano i cittadini è uno degli aspetti più contestati della gestione dell’emergenza.











