I coloni sembrano un fiume in piena. Sono centinaia. Felpa e cappuccio calato in testa, avanzano veloci, sparpagliati. Superano dossi, scavalcano i muretti a secco, tagliano tra i campi. È un’invasione anche se ufficialmente è “un’escursione”, una passeggiata bucolica. Hanno riposto a un appello. Si sono radunati, adesso si dirigono verso il villaggio di Tal, sudovest di Nablus, nel Nord della Cisgiordania. La massa nera solca la strada principale poi volta a sinistra e inizia a scendere la vallata fatta di sterpaglie e sassi, punteggiata di piante selvatiche e di ulivi. È il 24 luglio scorso. Un venerdì. Giorno di festa per i musulmani.Chi è all’esterno nota questo sciame umano, fucili in spalla, bastoni in mano, i cellulari in pugno pronti a filmare una scena che verrà poi postata sul web, condivisa, rilanciata, commentata. Scatta l’allarme. Tutti sanno cosa vogliono e cosa faranno. Accade da mesi in Cisgiordania. I Territori occupati, l’area A affidata dall’accordo di Oslo all’amministrazione palestinese, sono punteggiati di insediamenti, avamposti, blocchi improvvisati. Sono stati conquistati a suon di provocazioni, risse, assalti, ulivi sradicati e bruciati, case e fattorie incendiate, abitanti malmenati. Veri raid. Una vera tempesta portata avanti da 100mila coloni armati dal loro mentore, il ministro della sicurezza e della polizia Itamar Ben-Gvir, il leader messianico di estrema destra. Sollevano sdegno e proteste in tutto il mondo. Ma sembrano inarrestabili. Anche perché sono spalleggiati dai soldati dell’Idf.Lo scontro avviene su un terreno incolto delimitato dai muretti in pietra. I coloni più giovani, poco più che bambini, con i loro lunghi peot che pendono sui lati della testa, si fronteggiano con i contadini del posto. Sono venuti e prendersi una terra che – dicono – spetta loro per diritto divino. Qualche spinta, i pugni che volano. Spuntano pistole e fucili automatici. Ci sono anche dei soldati, alcuni vestiti da civile. Gente reduce delle guerre infinite scattate dal 7 ottobre 2023. In Israele il servizio militare è obbligatorio. Per tutti: uomini e donne. Tranne per gli studenti della Torah. Un’esenzione contestata ma imposta. Perché hanno peso e forza nel nuovo Israele contagiato dallo spirito messianico. Sono difesi a spada tratta dai ministri di estrema destra che consentono a Netanyahu di resistere e governare. Il sionismo è diventato colonialismo. Quello liberale, dei kibbutz, della pace e dei Due popoli per Due Stati, è marginale. In 200 hanno tentato di protestare a Tel Aviv contro le violenze di queste settimane. Sono stati sciolti dalla polizia con nove arresti.Nei terreni attorno a Tal il maggiore Yuval Ezra imbraccia il suo fucile. Lo punta sui primi palestinesi che si trova davanti. Lo affronta il capo del villaggio, lo sceicco Farouk. È alto, imponente, la barba folta. Riesce a strappare l’arma. La punta sull’ufficiale. Parte un colpo. Il militare si accascia al suolo. È ferito alla spalla. Fuggono tutti. Si allontana anche lo sceicco. Lo indicano come l’autore dello sparo. Decine di altre canne di fucili si agitano in alto e verso terra. La scena è confusa. Adesso urlano tutti, mentre i video girati e apparsi sulla rete mostrano una rissa con gente che rotola a terra, altri che scappano, gridano. Arrivano altri coloni e altri palestinesi. I soldati veri, quelli in divisa, hanno già circondato il campo. Nuovi spari, ancora urla. Si conteranno due morti tra gli israeliani, quattro tra i palestinesi e altrettanti feriti.“Vendetta” è la parola d’ordine. È ripetuta con rabbia contagiosa. Rimbomba in tutta la Cisgiordania. Viene vergata sui muri delle moschee date alle fiamme a Qusra, Sud di Nablus e a Kour, villaggio vicino a Tulkarem. È caduto un ufficiale di Tsahal, un israeliano. Il suo assassino è stato ucciso. Ma non basta. La voce è già arrivata a Gerusalemme. Il premier Benjamin Netanyahu ordina un’operazione su vasta scala in tutta la Cisgiordania. L’Idf irrompe nel villaggio di Tal, perquisisce 70 case, arresta 50 palestinesi. Altri 30 sono catturati nei blitz che si estendono all’area sotto controllo dell’Anp. Nella mappa pubblicata dal sito di Al Jazeera sono appuntati il numero e le località degli assalti dei coloni: 523 a Ramallah, 309 a Hebron, 349 a Nablus. Il record di 852 nel 2022 è schizzato a 1.828 nel 2025. Cinque attacchi al giorno. Si contano anche le vittime di questi raid devastanti: 1189 palestinesi uccisi, 13 mila feriti, 24 mila arresti dalla strage del 7 ottobre 2023. Il villaggio di Tal era stato preso di mira. Una settimana prima del nuovo assalto i coloni avevano dato fuoco a una casa con all’interno una famiglia. Gli abitanti erano riusciti a trascinarli fuori prima che bruciassero vivi. Anche i media devono fare i conti con le aggressioni. È accaduto a una troupe della Cnn e a un collega italiano de Il Post. Si rischia a seguire questa nuova offensiva dei coloni. Anche la Cisgiordania, come Gaza, è ormai vietata per chi fa informazione.Mentre i coloni si scagliano su case, fattorie e campi coltivati, a Tel Aviv si analizzano i filmati dello scontro. Qualcuno dell’Idf comincia a mettere in dubbio la versione ufficiale. Il maggiore Yuval Ezra era ferito ma chi lo ha veramente ucciso? Comincia ad emergere una verità diversa. Imbarazzante. «Da un video che inquadra tutta la scena con quattro angolazioni diverse», scrive su X Danny Gallant, attivista israeliano di Peace Now che posta i filmati, «si vede chiaramente che dopo lo scontro fisico sia lo sceicco Farouk sia Mertz escono vivi, con le proprie gambe, dal terreno. Non si capisce chi sia l’assassino: lo sceicco Farouk o il compagno della folle milizia Gilad che gli era davanti?». Insomma, un fuoco amico. Ipotesi da verificare. Ma crea nuovo scompiglio e tensione.La scena si ripete due giorni dopo, domenica 26 luglio, nel villaggio Khilat al-Hummus, sulle colline a sud di Ebron. Anche qui provocazioni e risse. L’Idf è preoccupata. Sottolinea che «ogni incidente mortale è iniziato dopo che i coloni sono entrati nei villaggi e provocano scontri». Raccontano al quotidiano Haaretz di essere in pochi: «Non possiamo fare molto. Restiamo semplicemente a guardare mentre si svolge». Una difesa che contrasta quanto denunciano gli osservatori esterni: i militari sono presenti per difendere i coloni. «Il rischio», ammettono all’Idf, «è che i palestinesi non restino più a guardare quando viene dato fuoco alle loro case e ai loro raccolti. Presto potrebbero smettere di dimostrare moderazione davanti ai roghi dolosi».Ma il governo di Netanyahu non ha alcuna intenzione di frenare questi nuovi pogrom al contrario. L’obiettivo non dichiarato è occupare sempre più terra e ridisegnare i confini di Israele. Lo fa in Libano, in Siria, a Gaza, adesso in Cisgiordania. Si rischia di consegnare anche questa parte dei Territori a Hamas. Ai palestinesi ricorda la “Nakba”, la catastrofe del 1948, con 800 mila espulsi dalle loro terre con la forza. Riaffiora l’incubo del passato, proiettato nel presente. Imbarazzata e timida, tace anche la Eu. Preferisce “gestire” il problema degli insediamenti illegali piuttosto che “affrontarli” con gli strumenti di cui dispone. Non ha la forza per congelare l’accordo commerciale con Israele. Belgio, Olanda, Irlanda, Spagna e Slovenia insistono per le sanzioni. Germania e Italia restano contrarie per i loro sensi di colpa sull’Olocausto e perché, nel profondo, sostengono idealmente Netanyahu. Una settimana fa hanno discusso e votato. È mancata anche questa volta l’unanimità per agire. Tutto resta fermo mentre la Cisgiordania brucia.
La violenza dei coloni escursionisti
Le rappresaglie, i raid, il fuoco. Nei Territori occupati avanza il nuovo sionismo messianico. Che il governo di Netanyahu non ha alcuna intenzione di frenare












