Con un cortese «non mi compete», Sergio Mattarella ha evitato con cura di sbilanciarsi sui temi che dividono la politica. E quando si è pronunciato, per esempio sulla legge elettorale, ha preferito insistere su un’esigenza da tutti condivisa: bisogna battere l’astensionismo e sforzarsi di favorire la partecipazione al voto. Rigorosamente super partes, dunque, nell’incontro con la stampa parlamentare e i corrispondenti dal Quirinale per la consegna del tradizionale ventaglio. Però su un tema il presidente è stato piuttosto netto, lanciando quello che suona come un fermo richiamo tous azimuts, a 360 gradi: la violenza è sempre ingiustificabile, tanto quella individuale quanto quella di piazza. In democrazia il «fai da te», come l’ha bollato, non è ammissibile, idem il «liberi tutti rispetto all’azione dei pubblici poteri». Non ha citato espressamente il caso Roggero, l’orefice per il quale dallo schieramento di maggioranza gli viene insistentemente chiesta la grazia; ma non si fatica a cogliervi un riferimento quando Mattarella rammenta che «in una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali debbono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio», ha osservato il capo dello Stato, «e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato». Detto in altre parole, la legittima difesa si esercita nei limiti fissati dalle leggi e non a seconda degli umori collettivi, altrimenti ne andrebbe di mezzo l’autorità della legge, tema peraltro caro proprio alla destra.