Il mondo degli spettacoli sta vivendo come non mai marcate differenze: da un lato dominano macro-eventi da stadio, i “sold-out” da centomila e più persone, che diventano un'industria pesante turistico-pop, dall’altro ci sono festival di arti performative, veri laboratori di ricerca culturale, schiacciati tra tagli dei fondi e labirinti della burocrazia. Nel recente rapporto Siae 2025 si vede come i grandi concerti (che sono il 2% degli spettacoli dal vivo) incassino il 27% della spesa degli italiani (più di 1 miliardo sui 4 complessivi) con guadagni iperbolici e che producono una “turistificazione del palco” (il tema è analizzato da un articolo di Jacobin Italia). Le realtà più piccole affrontano non solo i tagli suddetti, ma anche costi da obbligo di adeguamento strutturale eccessivi.
L’Italia, si sa, è piena di festival culturali (circa 2200 quelli stabili, più altre centinaia meno costanti secondo una recente ricerca di Giulia Alonso nel volume “I festival culturali in Italia”: siamo il paese che ne ha di più in Europa) ma sta diventando sempre più difficile organizzare performance artistiche di ricerca.
Da alcune settimane stiamo cercando di vedere cosa offrono le nuove stagioni teatrali 2026-27, con analisi di città campione (finora Bologna e l’Emilia Romagna, Milano, Roma e Perugia) di cui daremo conto fino a settembre.










