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Manca meno di una settimana - sei giorni per l’esattezza alla data fatidica in cui l’ex premiere leader del M5S Giuseppe Conte dovrebbe essere audito dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Ma in questa storia il condizionale, ormai l’abbiamo imparato, è quantomai d’obbligo. Perché anche se l’aula di Palazzo San Macuto è pronta, i commissari sono pronti e pure Conte, almeno a sentire ciò che dice, lo è, bisogna comunque andarci cauti: c’è ancora una cosa che manca, e non è secondaria. Ovvero le sue dimissioni da commissario, in assenza delle quali l’audizione, semplicemente, non può avere luogo. La data ufficiale della testimonianza più attesa - insieme a quella di Domenico Arcuri avvenuta ieri - resta quella del quattro agosto prossimo, ma ad oggi la certezza che questa lunga vicenda si concluda proprio quel giorno non c’è. Una vicenda che è iniziata ormai quasi due anni fa e che, come un lungo, infinito sceneggiato televisivo, ancora non è arrivata alla parola fine.
Il Tempo pubblica la relazione non ancora depositata e Arcuri ci attacca
Era l’ottobre del 2024 quando il leader grillino per la prima volta si dichiarò, durante una seduta, disponibile ad essere audito dalla commissione. Bene, rispose la commissione, si proceda dunque con l’iter codificato: dimissioni, audizione, reintegro. Facile no? Mica tanto: per 20 lunghi mesi regnerà uno stallo alla messicana, con i commissari di centrodestra che sollecitano e l’ex premier che dice, dichiara, accetta, ma non si dimette. Poi, il 29 giugno scorso, l’apparente svolta: Conte, dopo innumerevoli pressioni ed una posizione che si faceva via via sempre più insostenibile, scrive una lettera ai presidenti di Camera e Senato, dicendosi per l’ennesima volta pronto a dimettersi e chiedendo «rassicurazioni» circa il successivo reinsediamento in commissione. Lo stesso giorno, però, il commissario di FdI Galeazzo Bignami fornisce all’ex premier l’esempio di come non sia poi così difficile farsi audire: si dimette dal suo incarico, testimonia il 21 luglio, rientra in commissione subito dopo. Ma nemmeno questo riesce a convincere Conte, al quale, pare, non bastano nemmeno le abbondati garanzie fornitegli dal presidente Lorenzo Fontana il primo luglio, con cui viene rassicurato sul fatto che potrà essere nuovamente designato dal proprio gruppo parlamentare e reintegrato nell'organismo dopo l’audizione. Si arriva così ad oggi: la data è vicina, eppure le dimissioni non ci sono ancora.














