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C’è un conto aperto almeno dal 3 dicembre 2024, giorno in cui Beppe Grillo pubblicò un video nel quale si mostrava alla guida di un carro funebre per decretare la «morte» del Movimento 5 Stelle, criticando aspramente Giuseppe Conte e invitando gli attivisti a cercarsi un altro simbolo. Da allora, a onor del vero, le cose sono andate decisamente meglio per Conte che non per il vecchio fondatore: Giuseppi ha escluso l’Elevato di Sant’Ilario, lo ha buttato fuori da tutto e ha preso il comando assoluto dell’ex Movimento. Si potrebbe sintetizzare: modello talebano contro modello iraniano. Con Giuseppe Conte che, nella sua liquidazione demolitoria dell’icona Grillo, ha agito come i talebani nella loro versione iconoclasta, quando ordinarono l’abbattimento delle statue di Buddha. E con Grillo - nella trincea opposta - che aveva sognato l’impossibile perpetuarsi di un assetto all’iraniana. Sotto di lui, apparentemente, un presidente, un governo, dei ministri. Ma, al vertice di tutto, se stesso: una versione laica dell’ayatollah Khamenei, una Guida Suprema, un soggetto legibus solutus, sciolto da qualunque vincolo legale, anzi legge egli stesso per tutti gli altri, cioè i sottoposti, i non elevati. Chiamati - per giunta - a pagargli una consulenza da 300mila euro l’anno per meglio consentire a lui, tramite il Sacro Blog, di trattarli da stronzi o (nel caso di Conte) da avvocaticchi senza carisma. Morale: era fatale che ne rimanesse uno soltanto, e quell’uno, fino a ieri, sembrava essere Conte. Al quale era riuscito il colpaccio di sfilare a Grillo (che lo disprezza e l’ha sempre ricoperto di sarcasmo) tutto ciò che il fondatore del Movimento aveva costruito: e l’avvocato del popolo l’ha fatto con una punta di sadismo, vendicandosi di anni di battute e di sorrisini.















