La portiera dell’automobile, le pareti di casa, gli escavatori nei cantieri sembrano avere ben poco in comune. Eppure potrebbero condividere la stessa origine: l'olio di frittura esausto. In questa direzione proseguono le ricerche degli scienziati dell’Università di Pisa, svolte in collaborazione con il Politecnico di Bari e l’Università di Bologna. L’obiettivo è andare oltre l'impiego più comune di questo scarto, attualmente finalizzato soprattutto alla produzione di biocarburante, per trasformarlo in materia prima dalla quale ricavare schiume, lubrificanti, adesivi, polimeri, riducendo la dipendenza dalle fonti fossili.
Gli studi fino a oggi
Il percorso inizia con uno studio del 2024 pubblicato su Sustainability, in cui il gruppo di lavoro usa l’olio esausto per ottenere polioli, destinati alla realizzazione di nuove schiume poliuretaniche rigide sostenibili. Una ricerca di rilievo che prepara il terreno alle future sperimentazioni. Nel 2025, con l’articolo apparso su Scientific Reports, emerge che, sempre partendo dal medesimo tipo di rifiuto, è possibile generare schiume poliuretaniche flessibili con circa l’80% di contenuto bio-based. In sintesi, il materiale non è solo ecologico, ma anche modificabile in termini di rigidità e, quindi, di prestazioni meccaniche. La ricerca comparsa sulle pagine di Materials Today Sustainability nello stesso anno aggiunge un altro tassello: all’interno della schiuma bio-based vengono incorporati materiali a cambiamento di fase, cioè capaci di immagazzinare e rilasciare calore. In pratica, quando la colonnina di mercurio raggiunge circa 36°C passano dallo stato solido allo stato liquido, assorbendo energia termica; quando la temperatura diminuisce, tornano solidi rilasciando lentamente il calore accumulato. Inseriti, per esempio, nelle pareti di un edificio, possono contribuire a limitare gli sbalzi di temperatura, riducendo i consumi per il riscaldamento e il raffrescamento. Il lavoro più recente, pubblicato nel marzo 2026 su Chemical Engineering Journal, compie un ulteriore passo avanti: i materiali a cambiamento di fase vengono racchiusi in microscopiche capsule di silice, per evitare fuoriuscite durante la transizione allo stato liquido e preservarne le prestazioni nel tempo.







