Per anni molte persone con fibromialgia si sono sentite ripetere che «gli esami sono normali» o che il dolore fosse dovuto soprattutto allo stress e a un disagio psicologico. Ora un maxi-studio internazionale rafforza l’ipotesi che dietro questa sindrome ci sia una precisa vulnerabilità biologica, legata in particolare al funzionamento del cervello e del sistema nervoso. La ricerca, pubblicata su Nature Medicine e rilanciata in Italia da ANSA, ha individuato 26 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare la fibromialgia. È uno dei risultati più importanti ottenuti finora nello studio di una condizione caratterizzata da dolore e indolenzimento diffusi, stanchezza persistente, sonno non ristoratore, difficoltà di memoria e concentrazione e alterazioni dell’umore.
La fibromialgia interessa circa il 2 per cento della popolazione mondiale e viene diagnosticata molto più frequentemente nelle donne. Lo studio non mette ancora a disposizione un test genetico né una nuova cura, ma offre una base biologica più solida a una malattia che per decenni è stata poco compresa e, non di rado, sottovalutata.
Fibromialgia, che cosa ha scoperto il maxi-studio
I ricercatori del Sinai Health, dell’Università di Toronto e di numerosi centri internazionali hanno analizzato i dati genetici di 2.563.755 persone, tra cui 54.629 con fibromialgia, provenienti da undici coorti.











