Non è solo terra che brucia: è un pezzo di storia, d'identità e di futuro andato in fumo. Negli ultimi giorni la Sicilia è tornata a mostrare la sua ferita più profonda, con un'ondata di incendi che ha incenerito riserve naturali, coltivazioni e colline simbolo dell'isola. Mentre i Canadair hanno continuato a sorvolare un paesaggio irriconoscibile e i soccorritori a lottare contro il tempo, quello che rimane sul campo è il bilancio amaro di un patrimonio devastato e la rabbia per una tragedia che, puntuale ogni estate, torna a strangolare la Sicilia. Da Catania a Messina, passando per Agrigento, Palermo, Caltanissetta e Trapani.

Da Nord a Sud, dalle Alpi Lepontine alla Sicilia, l'Italia brucia. Gli incendi che distruggono boschi, parchi naturali e aree protette, faggete e castagneti, uliveti e macchia mediterranea, oltre a case, aziende agricole, uccidendo animali selvatici e cancellando migliaia di ettari di biodiversità, sono una catastrofe ecologica, ma anche politica, sociale, democratica. Gli effetti delle fiamme non dipendono soltanto da settimane di siccità o temperature sopra la media: sono conseguenza dell'abbandono delle aree interne del nostro Paese. Un abbandono non soltanto abitativo e demografico, ma un disinteresse da parte delle istituzioni che dovrebbero invece curarle e proteggerle, sostenendo chi le abita e chi - come pastori e agricoltori che praticano agricoltura estensiva - ci lavora.