Nella mostra alla Triennale di Milano di Francesco Clemente si può vedere un mondo che esiste già, ma che nessuno aveva ancora visto. Ha il sapore di una tradizione futura, di un'eredità che nasce dall'incontro quasi casuale. Le sue opere fanno convivere geografie lontane e tempi diversi, come se Oriente e Occidente, sacro e quotidiano, mito e autobiografia fossero sempre appartenuti alla stessa storia. Nato nel 1952 a Napoli, dopo gli esordi romani Clemente costruisce il proprio linguaggio tra l’Italia, l'India, New York (dove si trasferisce) e chissà quanti altri posti attraversando culture, religioni e linguaggi senza mai fermarsi dentro una definizione. Le sue immagini abitano una terra di confine dove ogni elemento conserva la propria identità e, allo stesso tempo, si trasforma entrando in contatto con gli altri. Guardando i suoi lavori si avverte una tensione continua e la storia procede attraverso fratture che cambiano la direzione del mondo. Ogni civiltà nasce dall'incontro con un'altra, ogni immagine porta i segni di ciò che l'ha preceduta e di ciò che ancora deve arrivare. Dentro questa consapevolezza c'è anche una fiducia ostinata: la possibilità che ogni crisi generi una nuova forma, che il passato continui a produrre futuro semplicemente cambiando le combinazioni del tempo e dello spazio. Così un elmo corinzio richiama l'Iliade e la guerra, mentre il titolo parla della natura che rifiorisce; una scala a chiocciola di un appartamento moderno (il suo?) collega una casa a un tempio ispirato alle Grotte di Elephanta; l'India entra nel Mediterraneo e il mito diventa un linguaggio comune in una serie di piccole tele realizzate con un artista locale. Le tele monumentali amplificano i sensi, dando l'impressione di attraversare una cattedrale in cui oggetti, divinità, corpi e ricordi convivono fino a rendere naturale ciò che fuori da quelle pareti sembrerebbe impossibile. Forse è proprio questa la lezione più preziosa di Clemente: la tradizione non è qualcosa da conservare, ma un organismo vivente che continua a trasformarsi ogni volta che due mondi decidono di incontrarsi.