Ricevi le notizie de il Resto del Carlino su GoogleSeguiciMeno male che Fellini non ha girato a Rimini. Può sembrare una provocazione. Ma forse è uno dei modi migliori per capire il rapporto tra Federico Fellini e la sua città. Provate a immaginare se lo avesse fatto. Provate a immaginare se Amarcord fosse stato girato a Rimini. Da cinquant’anni giocheremmo a ’trova le differenze’: tra la Rimini di oggi e quella di ieri, e tra quella di ieri e quella dell’altro ieri. Misureremmo i tradimenti, denunceremmo le trasformazioni, rimpiangeremmo la bottega scomparsa, la stazione di una volta, la piazza con le auto. Come se il punto fosse stabilire quanto è cambiata Rimini.
Ci sarebbe poi sempre qualcuno pronto a raccontare che Fellini, una volta, si era fermato proprio in quel bar a bere un caffè. Qualcun altro tirerebbe fuori il nonno o lo zio dell’amico che avrebbe dovuto fare la comparsa e che invece all’ultimo fu sostituito. Spunterebbe il testimone che ’io c’ero’ e quello che ’le cose andarono diversamente’. Insomma, parleremmo di tutto. Tranne che del film. E nonostante Fellini qui, tra i vicoli e le piazze del borgo, non abbia impresso neppure un metro di pellicola, ogni volta che si parla di Amarcord riemerge la stessa curiosità. Chi era davvero la Gradisca? Esisteva davvero lo zio matto? Dov’era la casa di Titta? Domande legittime, perfino divertenti. Ma insidiose. Perché rischiano di portarci fuori strada. E di trasformare uno dei più grandi film del Novecento, un unicum nella storia del cinema, in una questione di toponomastica.






