Quando la primavera diventava un po’ più sfacciata, arrivava il regalo del babbo: "Domenica andiamo alla macchina fotografica". La macchina fotografica, quella di piazzale Fellini. Attorno ai dieci anni ne andavo matto, ma che in quelle domeniche andavo a incrociare il destino l’avrei scoperto molti anni dopo. Il babbo ribaltava il sedile del Maggiolino, scivolavo dietro, la mamma davanti e si partiva. Da Forlì si passava prima a Carpinello, lungo la Cervese, per salutare la nonna, poi il cielo si schiariva all’altezza delle saline di Cervia, col muro della pineta sullo sfondo. Ma, chissà perché, dopo dall’Italia in Miniatura (dove non si andava perché costava) il cielo diventava più blu. Sarà l’alternanza delle brezze, sarà il respiro del mare, vai a capire, ma vivere sotto questo colore è un lusso che 50 anni dopo ancora mi sorprende, perché ‘vengo da fuori’, certo. Il Maggiolino seguiva la Flaminia fin sul ponte di Tiberio, l’A14 era di là da venire (oppure c’era, ma costava…), poi si piegava a sinistra e il portocanale faceva da maggiordomo al mare accompagnandoti a filo di spiaggia.
Si parcheggiava avanti al Gran Hotel (‘Dove ci vanno i signori’ precisava la mamma), accanto alla macchina fotografica e lì c’era un omino con i baffi, forse piovuto da Montmartre, perché Davide Minghini era un artista vero, che dispensava rullini e garbo. Solo il destino, appunto, poteva sapere che a 26 anni mi sarei trovato a battere la cronaca di Rimini con questo Ronis dei Malatesta: Minghini aveva la proprietà di essere al centro della scena senza farsi vedere, la sua Laika restituiva il suo modo di essere e fotografare, nessun orpello, nessun’arma impropria a mo’ di obiettivo. Minghini, uno scatto dopo l’altro, ti insegnava anche a fare il giornalista: davanti alla notizia, mai dentro. Regola oggi ampiamente disattesa e calpestata in qualsivoglia talk show.







