BELLUNO - Estate torrida più nubifragi improvvisi: la “tempesta perfetta” per le frane. Che il clima sia cambiato lo vediamo con i nostri occhi e anche le montagne risentono di questi cambiamenti. I crolli, grandi o piccoli, si susseguono inesorabili, e il grande caldo dei prossimi giorni potrebbe dare un’ulteriore mazzata. La montagna crolla sotto i nostri occhi e se non è allarme, poco ci manca. Chi la fragilità delle Dolomiti la conosce bene è il geologo Vittorio Fenti, recentemente insignito del premio speciale Dolomiti Unesco nell'ambito del Pelmo d'oro. I recenti crolli sul Pelmo e il dissesto di qualche settimana fa sul Falzarego erano prevedibili?
«Per me sono la normalità. Dove ci sono i crolli oggi prima c'era il permafrost, ovvero la roccia gelata che quindi era più stabile. Le temperature elevate di questa estate e lo scorso inverno particolarmente mite fanno sciogliere il permafrost fino all'interno della roccia per cui dove non c'è più quel collante che la tiene insieme e questo chiaramente si crea instabilità». Ci sono segnali d’allarme per nuovi cedimenti? «Sussistono in svariate montagne instabilità latenti che non si vedono. Basta una micro vibrazione sismica che noi non avvertiamo, oppure una pioggia insistente o ancora la differenza di temperatura fra giorno e notte per far sì che i massi precari crollino, oppure che si sviluppino frane». L’ondata di caldo in arrivo può accrescere il rischio di questi cedimenti? «Sì e bisogna prestare molta attenzione se si va in montagna. In particolare gli escursionisti devono stare lontani dai ghiaioni che sono la testimonianza di frane precedenti. È bene osservare attentamente le montagne: se si va nella valle di San Lucano dove ci sono le Pale e l’Agner, è evidente che ci si trova di fronte a montagne particolarmente stabili, dato che non c’è alcun ghiaione. Poi può succedere anche lì domani un crollo perché nessuno è profeta». Il Pelmo è una montagna particolarmente soggetta a frane? «Nell’antichità attorno al Pelmo c’era una grande montagna e la sua lenta erosione nel corso di milioni di anni ha creato il Pelmo, che è molto fragile. Lo si vede in particolare dalla parete nord che chiaramente è più rotta e fratturata Osservandola, si possono notare diverse macchie bianche e gialle che indicano distacchi anche molto recenti». Anche montagne apparentemente sicure possono franare? «Sì e il Civetta ne è un esempio. In parte è stabile, anche se la Torre Venezia ha subito dei crolli nel 2018 e nel 2020, e chissà quanti ne avverranno ancora». Ci sono più frane rispetto al passato? «Certamente questo è un periodo in cui ci sono più frane di crollo. Sono fenomeni con i quali dovremmo convivere, anche perchè in futuro ne avremo sempre di più. Poi dipende anche dal tipo di roccia e dalla sua conformazione. La parete sud della Marmolada è formata di un calcare dolomitico massiccio. Anche lì c'è il ghiaione, però la stabilità è maggiore. Caso diverso per la Croda Marcora che ha numerose strutture che evidenziano la roccia fratturata: sono visibili distacchi non molto antichi e vedono ai piedi della croda i depositi detritici che ogni tanto sotto forma di colata vengono portati sulla statale 51. Da lì fino a Cima Banche ci sono decine di situazioni a rischio di interruzioni stradali a causa dei crolli delle pareti». I versanti nord delle montagne sono meno instabili? «Non è un assunto matematico, dipende dal tipo di roccia e dall’esposizione». Le bombe d'acqua costituiscono un ulteriore indice di allerta per le frane? «Sono sempre pericolose. Ricordiamo però che le frane creano e modellano il territorio, e che se non ci fossero non avremo la bellezza delle Dolomiti che attraggono milioni di turisti da tutto il mondo».








