Il racconto.29 luglio 2026 alle 00:48
Un grido d’aiuto, una richiesta di soccorso da chi il soccorso lo vive ogni giorno. A parlare è Gioele Pitzanti, operatore del 118 dal 2009, dipendente di un’associazione di volontariato con le ambulanze, che denuncia condizioni di lavoro insostenibili, tra disagi e lunghe attese.
«Passiamo ore, pomeriggi, intere nottate, bloccati in un corridoio con il paziente. Restiamo lì a dare quel poco supporto che possiamo, a discutere ogni tanto perché venga garantita l'igiene minima a chi non è autonomo nell'andare in bagno, e a cercare un posticino dove poterci sedere. Spesso però ci ritroviamo ammassati in corridoi di passaggio, aree filtro tra la camera calda e il reparto, dove il climatizzatore non funziona e lo spazio è così stretto che, se siamo bravi, incastriamo le barelle e noi restiamo in piedi, per ore». Pitzanti racconta per esempio della situazione al Pronto soccorso dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, «insostenibile e invariata da anni».
La “sala barelle”, dove i soccorritori, arrivati in ambulanza, insieme con pazienti, attendono di poter entrare.«Non è un luogo idoneo per noi operatori e lo è ancora meno per chi sta male. Lo spazio è talmente ridotto che fatica a contenere anche solo quattro barelle; di conseguenza, i mezzi che arrivano successivamente sono spesso costretti ad attendere all'esterno, con i pazienti bloccati a bordo. All'interno l'aria è irrespirabile. Noi soccorritori ci siamo dovuti persino organizzare portandoci degli sgabelli da casa per avere un punto d'appoggio».






