A Genova l’integrazione si misura anche a bracciate. Quattro migranti arrivati dal Gambia, dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone, sono tornati in acqua per imparare a nuotare. Questa volta, però, sulle rive di Voltri, circondati da istruttori, volontari e telecamere.L’iniziativa è stata raccontata dal Secolo XIX. Il progetto è promosso dall’associazione Tutori Riuniti Liguria, con il sostegno del Fondo beneficenza di Intesa Sanpaolo e la collaborazione dell’asd Il Pontile di Pra’ e del circolo Carbonai di Sampierdarena. Il titolo scelto è “Il mare, un’altra prospettiva”, mentre il programma viene presentato con un’altra formula ad effetto: “Fare pace con il mare”.Il principio, naturalmente, è condivisibile. Insegnare a nuotare a chi non ne ha mai avuto la possibilità non è uno scandalo e può persino rappresentare un’esperienza utile. Il problema nasce quando una normale attività sportiva viene trasformata nell’ennesima rappresentazione pubblica dell’accoglienza, con i protagonisti messi davanti alle telecamere per dimostrare che il modello funziona.Tra loro c’è Bokara, diciotto anni, in Italia da due. Il ragazzo racconta che prima aveva ”paura del mare perché non sapevo nuotare”. Sul viaggio affrontato per raggiungere il nostro Paese si limita a definirlo ”così, così”, aggiungendo che ”prima” la sua vita in Italia era più complicata.Dietro l’iniziativa c’è anche il lavoro dei tutori volontari, figure introdotte dalla legge 47 del 2017 per rappresentare giuridicamente i minori stranieri non accompagnati. Francesca Lai, presidente di Tutori Riuniti Liguria, rivendica il senso dell’operazione: ”Siamo 68 in tutta la Liguria non è semplice, nessuno nega che ci siano casi difficili, ma quello che vorremmo mostrare è che c’è anche altro. I giovani migranti spesso finiscono all’attenzione per casi di cronaca negativi. Non si parla invece di ragazzi come questi che hanno imparato la lingua, che stanno iniziando a lavorare o, a settembre, andranno a scuola. Serve accompagnarli in un percorso di integrazione vera”.Ed è proprio qui che il racconto rischia di trasformarsi in propaganda. I quattro ragazzi diventano il simbolo di una narrazione costruita per immagini: sorrisi, braccioli, tuffi e dichiarazioni davanti all’obiettivo. Non più persone con una storia individuale, ma figurine dell’inclusione da esibire come prova della riuscita accoglienza.
Genova, la nuova frontiera dell’accoglienza: migranti a scuola di nuoto
Lezioni tra le onde per quattro gambiani: il progetto punta a trasformare il mare da paura a occasione di riscatto






