Per decenni la robotica industriale è stata sinonimo di produttività, ma anche di estrema rigidità: perché un investimento fosse giustificato, le fabbriche robotizzate dovevano produrre quello stesso prodotto, in grandi volumi, per molto tempo. Negli ultimi due decenni abbiamo però visto consolidarsi un cambio di paradigma importante: la transizione verso sistemi sempre più flessibili, fino al livello estremo dell’automazione software-defined, capace di adattarsi autonomamente a prodotti sempre diversi. L’avvento della Physical AI ha ulteriormente alimentato l’hype attorno a questi sistemi. Ma nonostante le promesse della tecnologia, o forse proprio a causa loro, il rischio di investimenti improduttivi resta altissimo: non basta acquistare un robot “collaborativo” per essere sicuri, né un algoritmo di intelligenza artificiale per essere flessibili.Di questi temi parliamo con Stefano Faccio, Head of Machinery Safety and Industry 4.0 & Digital Manufacturing di Marelli Lighting, che la robotica la vive da chi la utilizza in produzione, e Maurizio Spiriticchio, Automation & Control Design Manager di Fameccanica, costruttore di macchinari della divisione Angelini Technologies: due punti di vista diversi, quindi, ma focalizzati sulla stessa trasformazione.Faccio e Spiriticchio fanno parte del comitato scientifico della fiera SPS Italia, un gruppo che riunisce esperti, ricercatori, ma soprattutto manager di alcune tra le principali realtà manifatturiere italiane, e sono tra gli autori del terzo cluster del Position Paper 2026, dedicato proprio al tema “Robot per i sistemi industriali: stato dell’arte, regolamenti e linee guida applicative”.Indice degli argomenti