La mozione approvata a luglio dal Consiglio regionale sul contributo di bonifica 630 ha un merito, probabilmente uno soltanto: aver trovato l'unanimità intorno al problema. Non è poco. Per la seconda volta, dopo la mozione del 1° aprile 2025, l'assemblea mette nero su bianco che lo sgravio si giustifica per «l'assenza o carenza di interventi concreti o di benefici sul territorio»: l'ammissione, stavolta corale, che il presupposto stesso del tributo — il beneficio diretto e specifico richiesto dalla legge regionale 4/2012 — semplicemente non c'è.

E adesso tutto è chiaro, almeno nell'approccio. Il Partito Democratico, che governa la Regione, ha scritto nel Manifesto per la Puglia del 2030 parole granitiche: consorzi «riportati sotto la guida degli agricoltori», nuovi piani di classifica e «azzeramento delle pretese tributarie relative a opere mai effettuate». Non è più l'auspicio di un'opposizione: è il programma di chi siede in Giunta. Né regge l'alibi dell'incompetenza regionale: la Regione ha già annullato e sospeso il 630 per legge, nel 2003 e nel 2005, e la Corte costituzionale nel 2006 censurò semmai la mancata restituzione a chi aveva pagato. Gli strumenti ci sono, il consenso è unanime. Cosa manca?