In scia agli Stati Uniti, che per primi hanno messo in discussione il monopolio del Dragone sui minerali critici, il governo di Sanae Takaichi si è messo alla ricerca di materie prime nei suoi fondali. Facendo quello che finora in pochi hanno avuto il coraggio di fare

La Cina può aspettare. Anzi, può direttamente farsi da parte, perché qualcuno comincia a non avere più bisogno di Pechino e delle sue immense miniere di terre rare. Il Giappone, per esempio, che un po’ nel solco degli Stati Uniti lavora da tempo alla costruzione di una solida autonomia strategica, specialmente sul versante dei minerali critici. L’ultimo tassello porta dritto in fondo al mare, a centinaia di metri sotto il pelo dell’acqua. Il governo di Sanae Takaichi, infatti, avvierà l’estrazione di terre rare dai giacimenti dei fondali marini nell’ambito di un progetto pionieristico. L’estrazione inizierà a febbraio 2027 e a dirigere l’operazione sarà l’Agenzia giapponese per la scienza e la tecnologia marina e terrestre. La Chikyu, una nave per trivellazioni in acque profonde, stazionerà a 100-150 km di distanza dall’isola di Minami-Torishima, un atollo corallino a sud-est di Tokyo.

Di che si tratta? Tutto è cominciato a seguito di un test iniziale di estrazione che ha prodotto minerali cruciali utilizzati nella difesa e nei veicoli elettrici. L’Agenzia ha spiegato quindi come gli elementi delle terre rare di medio e alto peso molecolare, tra cui ittrio, gadolinio e disprosio, rappresentino circa il 54% delle terre rare rinvenute nel fango raccolto a gennaio vicino a Minamitorishima, un’isola remota nella zona economica esclusiva del Giappone. Ora, l’esperimento prevede l’immersione di una condotta a 5.500 metri di profondità, toccando il fondale marino, per poter raccogliere oltre mille tonnellate di fango.