di
Ruggiero Corcella
Il neuroscienziato Salvatore Maria Aglioti, dell'Iit Roma, studia gli effetti dell’impersonare avatar modellati su eroi civili. E vorrebbe portare i progetti del suo laboratorio nei territori delle cinque Regioni, storicamente dominate dalle mafie: «Ma sono stati bocciati due volte», dice. Forse per paura che funzionino?
«Ready Player One lo conoscono tutti. Ma il film che spiega davvero il metaverso è Surrogates. Lì c’è l’essenza del perché uno entra in un altro corpo». Quando il neuroscienziato Salvatore Maria Aglioti me lo disse, nel 2023, il progetto era ancora poco più di un’idea. Oggi quell’intuizione è diventata uno studio pubblicato sull’International Journal of Human-Computer Interaction (co-autori principali, Valerio Placidi e Matteo P. Lisi), una delle più importanti riviste internazionali di interazione uomo-computer: usare la realtà virtuale e il metaverso non come evasione dalla realtà, ma come strumento per trasformarla. In una declinazione particolare, ovvero combattere la cultura mafiosa (e l’omertà) facendo vivere, anche solo per pochi minuti, l’esperienza di essere Giovanni Falcone.
Tra letteratura cyberpunk e cinemaNon è fantascienza. O almeno non soltanto. Aglioti stesso — che a Roma coordina la linea di ricerca Neuroscience and society al Center for life Nano- & Neuro-science dell’Istituto italiano di tecnologia (Clns-Iit) e del laboratorio di Neuroscienze sociali alla Sapienza e alla Fondazione Santa Lucia — colloca l’origine di questa ricerca tra la letteratura cyberpunk e il cinema. «Il metaverso affonda le radici nella fantascienza», spiega. «Per me oggi è la possibilità di provare esperienze che non riesco a fare nella realtà e che possono avere un effetto trasformativo sulla mia realtà». Dietro questa idea ci sono alcuni dei nomi più autorevoli della ricerca internazionale. Aglioti ricorda il matematico britannico Mel Slater, pioniere della realtà virtuale immersiva, con cui ha lavorato nel progetto europeo Vere. E cita Nick Yee e Jeremy Bailenson, gli studiosi che hanno formulato il celebre Proteus Effect: l’ipotesi secondo cui, quando incarniamo un avatar, finiamo per assorbirne anche le caratteristiche psicologiche. «Nei primi anni Duemila hanno provato a embodizzare un supereroe», racconta. «Noi ci siamo chiesti: cosa c’è più di un supereroe?». Da quella domanda nasceranno gli esperimenti su Einstein, su Freud, perfino sulla rappresentazione antropomorfa di Dio. E, infine, sugli eroi civili.









