Un bilancio dettagliato sulle indagini attorno al tesoro e alla rete di protezioni di Matteo Messina Denaro, ma anche la piaga della diffusione dei cellulari nelle carceri, la mappa delle nuove rotte del narcotraffico, la caccia all'ultimo latitante Giovanni Motisi e lo stato dell'organico dei magistrati. È un'audizione a tutto campo quella tenuta a Palazzo San Macuto dal Procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia guidata dalla presidente Chiara Colosimo.

L'intervento del procuratore si è concentrato anzitutto sui tre decenni di latitanza del boss trapanese e sui complici che ne hanno garantito la copertura. «La latitanza di Matteo Messina Denaro è durata 30 anni e in questi 30 anni si sono succeduti soggetti e ambienti che lo hanno protetto», ha scandito De Lucia davanti ai commissari, ricordando che «l'indagine in questi anni, grazie anche alle intercettazioni, ha portato all’arresto di 18 soggetti, alcuni dei quali condannati in via definitiva».

Il capo dei pm palermitani ha voluto evidenziare la discontinuità generazionale rappresentata dalla figura di Messina Denaro rispetto ai vertici storici di Cosa Nostra: «Il filone relativo alle indagini su Matteo Messina Denaro non riguarda soltanto chi ne ha protetto la latitanza. Questo soggetto è un mafioso della generazione successiva rispetto ai grandi capi dell’organizzazione mafiosa, che abbiamo studiato in precedenza. La generazione, per capirci, di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano e di tutti quei componenti della commissione provinciale di Cosa Nostra che al tempo sedevano e governavano l’organizzazione. Messina Denaro è, invece, la generazione dopo e questa generazione ha avuto un approccio molto evoluto nel trattare i rapporti che la stessa organizzazione mafiosa ha con i mondi cosiddetti esterni rispetto all’organizzazione stessa».