Gli Stati Uniti sono in un pantano in Iran e non sanno come uscirne. Ma se allarghiamo lo sguardo agli obiettivi strategici americani in tutta la regione, l’immagine diventa invece più chiara, profonda e meno caotica. Una larga fetta della posta in palio gira attorno alla questione nucleare e non da oggi. Le cosiddette “primavere arabe” hanno sancito l’avvio della fase di scomposizione degli equilibri geopolitici regionali, con Iran, Turchia e Arabia saudita a combattere una guerra per procura per garantirsi una sfera di influenza adeguata. È in questa chiave che va letta la spinosa questione del nucleare iraniano. Nessuno a Teheran, nemmeno l’ala più oltranzista, può immaginare di utilizzare l’uranio arricchito per fabbricare una bomba o un missile da lanciare verso Israele. Il regime ne riceverebbe una risposta uguale e contraria che cancellerebbe davvero l’Iran dalla carta geografica. Quella ricerca spasmodica, al prezzo di sanzioni internazionali durissime, misure restrittive e ultimamente una guerra, è giustificata dalla ricerca di uno scudo di deterrenza e di un amplificatore di potenza nel rapporto di forza con i due vicini, Turchia e Arabia Saudita per l’appunto.

La postura unilaterale