Quello che oggi è uno dei principali motori culturali del pianeta nasce il 20 settembre 2016, quando ByteDance lancia in Cina A.me, app per video musicali in playback, che a dicembre diventa Douyin (“suono che vibra”) e in un anno raggiunge 100 milioni di utenti. Un anno dopo arriva la versione internazionale, TikTok, che oggi conta oltre due miliardi di utenti, in Italia 25 milioni mensili e circa 90 minuti di uso medio giornaliero. D’altra parte, come rivelano documenti interni di ByteDance resi pubblici dalla radio no profit americana Npr, bastano 35 minuti di uso perché l’app diventi un’abitudine, se non una dipendenza. Per via di una capacità ipnotica incorporata nella piattaforma: se Facebook chiede “Chi conosci?”, Instagram “Chi desideri essere?” e X “Che cosa hai da dire?”, TikTok va dritto al punto: “Che cosa ti fa restare incollato allo schermo?”. Diversi studi mostrano che chi lo usa riporta livelli elevati di esperienze di flusso – lo stato gratificante di assorbimento in un’attività – e di perdita della percezione del tempo. La piattaforma genera inoltre risonanza, osservando le nostre reazioni ai video e amplificando ciò che ci coinvolge di più. “I social una volta raccomandavano contenuti di creator già noti o legati ai temi del momento”, spiega il sociologo Tommaso Venturini, del Medialab dell’Università di Ginevra. “TikTok è stato il primo a usare un algoritmo capace di cogliere somiglianze profonde e sfuggenti tra i contenuti – atmosfere, emozioni, vibrazioni – e per questo non si limita a spingere i trend: riesce a farli nascere prima degli altri social”. Rompendo le vecchie gerarchie di amici, follower e celebrità, un account senza storia può raggiungere milioni di persone se supera i primi test dell’algoritmo: “Non è una rete di amicizie”, osserva Venturini, “ma una macchina per scoprire cose nuove”, che evolve insieme a chi la usa. “Il sistema capisce gli interessi di un utente entro i primi 200 video”, spiega Fabian Baumann, ricercatore al Max Planck Institute di Berlino, “dopo un po’ non è più chiaro se stai cercando il contenuto o il contenuto sta cercando te”.