Parla di «scacco matto» l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, che insieme al collega Ascanio Amenduni ha rappresentato il gruppo dei Genitori tarantini nel procedimento per inibitoria: oggi la Corte d’appello, accogliendo il loro reclamo, ha disposto che entro 90 giorni l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto dovrà essere chiusa per problemi ambientali.
«Gli impianti – dice l’avvocato - potranno essere riattivati solo dopo avere completato la totale rimozione dell'amianto ed avere predisposto ogni misura necessaria ad abbattere le polveri sottili. Il decreto non è impugnabile in Cassazione perché non passa in giudicato come una sentenza, bensì può essere modificato o revocato dallo stesso giudice che lo ha emesso, in presenza di rilevanti novità sopravvenute».
La decisione dei giudici si basa su due aspetti. Il primo: la presenza di amianto negli altoforni, considerato causa di tumori. Il secondo: il superamento dei limiti di emissione di particelle sottili in atmosfera, dannose per la salute. Né l’uno e né l’altro aspetto sono stati mai affrontati. Quali sono le possibilità di continuare a produrre acciaio? «Se rimuoveranno tutto l'amianto potranno chiedere la revoca del decreto. Se limiteranno la produzione a due milioni di tonnellate/anno potranno chiedere la modifica del decreto sostenendo che con quel livello produttivo le polveri sottili sono tollerabili. Lo faranno? È una ipotesi solo teorica che si scontra con la realtà poiché, in pratica, potrebbe sopravvivere un solo altoforno dopo avere rimosso da esso l'amianto, cioè fra un paio di anni e dopo avere speso non meno di 700/800 milioni di euro. Oltretutto , alla fine, si avrebbe un solo altoforno in funzione senza nemmeno avere realizzato la decarbonizzazione».










