Di: SEIDISERA - Sofia Stroppini / sdr Perché, dopo settimane di attacchi e rappresaglie, Stati Uniti e Iran hanno improvvisamente smesso di colpirsi? La risposta non sembra essere una sola. Dietro il silenzio delle armi si intrecciano l’efficacia limitata dei bombardamenti americani, il consumo dei sistemi utilizzati per difendere le basi statunitensi e il tentativo di riaprire una via diplomatica con Teheran. Da tre giorni consecutivi, infatti, non si registrano attacchi. Dallo scorso venerdì Washington non bombarda obiettivi iraniani e l’Iran non colpisce le installazioni americane in Medio Oriente. Non si tratta però di una tregua formalmente concordata. È piuttosto una sospensione di fatto, ancora fragile, che potrebbe anticipare tanto una ripresa del negoziato quanto una nuova escalation.Le ragioni dell’uno e dell’altroUna delle ipotesi circolate sui media statunitensi riguarda le scorte militari. Secondo alcuni funzionari, proseguire le operazioni avrebbe comportato un consumo eccessivo di munizioni e, soprattutto, dei sistemi antimissile necessari a proteggere le basi americane nella regione. Il presidente Donald Trump ha respinto questa ricostruzione, dichiarando al Wall Street Journal che gli Stati Uniti dispongono dell’esercito più fornito al mondo e di scorte largamente superiori al necessario.Teheran ha fornito una spiegazione diversa. Il portavoce dell’esercito iraniano ha sostenuto che gli attacchi contro le basi americane avevano carattere ritorsivo, erano cioè la risposta ai bombardamenti statunitensi. Una volta fermati questi ultimi, sarebbe venuta meno anche la ragione di proseguire con le operazioni.Da Washington è arrivata invece una lettura più politica. Mike Waltz, ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, ha affermato a Fox News che la sospensione sarebbe stata decisa direttamente da Trump per tentare di riaprire il negoziato con l’Iran. Alcuni segnali diplomatici ci sono stati, ma non risultano ancora concessioni sostanziali da parte iraniana, soprattutto sulla questione dello stretto di Hormuz. La CNN ha osservato che il presidente americano si trova ancora una volta davanti a un bivio. Continuare la guerra significherebbe aumentare i costi militari, restringere gli spazi diplomatici e rischiare di entrare in un conflitto sempre più difficile da controllare. Fermarsi, al contrario, implica tornare al tavolo senza avere ottenuto finora una vera svolta.“I bombardamenti hanno fallito”Secondo Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies di Roma e intervistato dalla trasmissione SEIDISERA della RSI, le ragioni della pausa sono principalmente due.La prima riguarda il fallimento, almeno parziale - spiega - delle ultime ondate di bombardamenti. Gli attacchi non avrebbero prodotto gli effetti sperati dall’amministrazione americana e non sarebbero riusciti a convincere l’Iran a modificare la propria posizione. Washington avrebbe quindi dovuto prendere atto che continuare a utilizzare il proprio arsenale contro obiettivi ormai considerati meno rilevanti anche dal CENTCOM avrebbe avuto un’utilità militare e politica sempre più ridotta. La seconda ragione riguarda la protezione delle basi statunitensi. Le installazioni americane nella regione sarebbero state pesantemente colpite nelle ultime fasi dei combattimenti, provocando un forte consumo dei sistemi di difesa aerea e antimissile. Pedde richiama in particolare le possibili carenze di Patriot e THAAD, fondamentali per intercettare i missili e proteggere uomini, mezzi e infrastrutture.Il problema, dunque, non sarebbe soltanto la disponibilità di armi offensive da impiegare contro l’Iran. Gli Stati Uniti devono anche conservare una capacità difensiva sufficiente per rispondere a eventuali nuovi attacchi. Ogni ulteriore operazione comporta perciò un doppio costo, quello dei bombardamenti e quello della protezione delle basi. USA-Iran, nuove minacce di TrumpTelegiornale 22.07.2026, 20:00Il piano militare e quello politicoSul piano politico, lo stretto di Hormuz continua a rappresentare il nodo principale. Secondo il direttore dell’Institute for Global Studies, l’Iran non avrebbe propriamente rinunciato a un accordo con gli Stati Uniti, ma avrebbe tentato di interpretarlo secondo i propri interessi. Il contrasto sarebbe nato dal diverso significato attribuito al memorandum firmato dalle due parti.Teheran avrebbe considerato il documento come una semplice sospensione delle condizioni prodotte dal conflitto iniziato il 28 febbraio. Washington, invece, spiega ancora l’intervistato, avrebbe preteso il pieno ripristino della navigazione attraverso Hormuz. La differenza è sostanziale. Per l’Iran, lo stretto non è soltanto una questione economica o marittima, ma una delle principali leve di deterrenza strategica. Controllarne o condizionarne la navigazione significa mantenere uno strumento di pressione sugli Stati Uniti e sugli altri Paesi della regione. Teheran difficilmente accetterebbe di rinunciare a questa leva senza ottenere in cambio benefici economici concreti. Le garanzie economiche potrebbero quindi rappresentare la vera contropartita di una nuova fase negoziale. Senza risultati tangibili, l’Iran non avrebbe interesse a cedere uno degli strumenti più forti a propria disposizione.Il ritorno al tavolo delle trattative sembra comunque essere, secondo Pedde, l’unica strada realmente praticabile. La crisi non appare risolvibile con il solo strumento militare e proprio la sospensione degli attacchi potrebbe dimostrare che entrambe le parti stanno cominciando a riconoscere questo limite.Resta però un ostacolo decisivo. “Il vero problema di questa fase negoziale - conclude l’esperto - è che entrambe le parti rimangono su posizioni massimaliste e quindi per entrambe le parti la definizione di questo negoziato deve essere ottenuta attraverso il raggiungimento di obiettivi molto precisi, molto specifici, che rappresentano per ognuno dei due, per l’Iran e per gli Stati Uniti, il risultato ottimale. Il problema è che il risultato ottimale dell’una corrisponde alla sconfitta dell’altro, quindi è molto difficile che in questo momento ci possano essere delle posizioni di pragmatismo capaci di riuscire a contenere queste spinte verso il raggiungimento di una posizione di assoluto successo con l’avversario e questo - riferisce - apre ad ulteriori scenari di crisi per il prossimo futuro”. 01:45Radiogiornale delle 12.30 del 22.07.2026: Il servizio di Naima Chicherio sui costi della guerra in IranRSI Info 22.07.2026, 12:30