Per trenta minuti non succede nulla. O almeno così sembra.Una ventina di manager osserva in silenzio la stessa immagine. Nessuno prende appunti. Nessuno consulta il telefono. Nessuno sente il bisogno di riempire quel tempo con parole, grafici o numeri. È una scena insolita. Se qualcuno entrasse nella stanza in quel momento, avrebbe difficoltà a comprendere cosa sta accadendo. Nessuna presentazione, nessuna dashboard, nessun brainstorming. Solo un gruppo di persone che guarda un quadro.Passano cinque minuti. Poi dieci. Quindici. Roberto Verganti osserva la scena senza intervenire. Solo dopo qualche tempo rompe il silenzio con una domanda: «Che cosa vi fa pensare quello che vedete?». È una domanda semplice, ma contiene già il cuore della sua idea di innovazione. Arriva la prima risposta. «Secondo me è una donna che sta cadendo.» Qualcuno scuote la testa. «Io invece vedo una figura che si sta liberando». Un terzo partecipante osserva un dettaglio che gli altri non avevano notato. Per lui quella figura non cade e non vola: è sospesa. Una quarta persona interpreta la scena come una prigione mentale. Un’altra ancora parla di rinascita. La discussione prende forma lentamente. Nessuno cerca di convincere gli altri. Nessuno pretende di avere la lettura corretta. Più la conversazione procede, più il quadro sembra cambiare davanti agli occhi di tutti. Non perché l’immagine sia diversa. Perché sono cambiati gli occhi di chi la osserva.“La domanda profonda di senso non scompare con la tecnologia. Anzi, diventa ancora più importante. E rallentare non significa perdere tempo”, dice Roberto Verganti, che sorrie quando gli faccio notare che un esercizio del genere sembra quasi una provocazione in un’epoca in cui tutti parlano di velocità.«È esattamente il contrario», risponde. «Non è successo niente per trenta minuti. Eppure è successo moltissimo. Ognuno ha visto cose diverse, ha ascoltato interpretazioni che non aveva immaginato. Alla fine nessuno è uscito con una risposta, ma tutti sono usciti con uno sguardo più ricco»Verganti è Professor of Leadership and Innovation alla Stockholm School of Economics, dove è titolare della Josefsson Family Chair in Art and Innovation (unica cattedra sul tema in Europa) ed è co-fondatore di Leadin’Lab, il laboratorio su leadership, design e innovazione della School of Management del Politecnico di Milano. È autore di bestseller internazionali come Design-Driven Innovation e Overcrowded. Oggi il suo lavoro si concentra sul ruolo del sense making come leva competitiva nell’era dell’intelligenza artificiale. Per questo è stato protagonista di un incontro con il think tank di InnoverAI, il gruppo di innovation leader che sta partecipando al percorso di Nextwork360 ed EconomyUp sull’impatto dell’intelligenza artificiale sui processi e le attività dell’innovazione aziendale. Con Roberto Verganti ho ripercorso i concetti che stanno dietro l’art experience e la lezione che dalla lentezza dell’osservazione può venire a chi ogni giorno è impegnato nella sfida della Grande Trasformazione. Ancora una volta non si tratta di una sfida tecnologica, ma organizzativa e culturale.Indice degli argomenti