Da anni, nei miei studi pedagogici della famiglia e dell'educazione, ritengo importante un aspetto che la fenomenologia esistenziale ci ha insegnato a non dimenticare: l'essere umano, in ogni fase della vita, ma soprattutto nell'adolescenza, non è un dato acquisito, è un “essere per l'educazione”, è un divenire che si costruisce nelle relazioni, non una persona con caratteristiche già formate che la legge si limita a certificare. Ciascuno è diverso per storia educativa nella famiglia, nella scuola, nei vari contesti sociali e culturali che ha attraversato nei suoi percorsi formativi. Chi lavora con i ragazzi lo sa: il comportamento violento, la trasgressione, la rabbia che sfocia nel reato non sono quasi mai un'espressione di libertà piena, ma il sintomo di un vuoto, affettivo, educativo, sociale, che istituzioni e servizi educativi avrebbero dovuto vedere e colmare.
Non intendo affatto negare che serva fermezza di fronte a episodi di violenza reale. Ma la fermezza non deve essere priva della capacità, più difficile, più costosa, più lenta, di stare accanto a un adolescente nel momento in cui sbaglia, senza rinunciare a chiedergli conto, ma senza nemmeno smettere di credere che possa cambiare strada.







