Milano, 27 lug. (askanews) – Multicereali, integrale, senza glutine, di legumi, di mais, riso. E poi quelle di grano duro addizionate di proteine o vitamine. La pasta non è più una commodity e da tempo i pastai lavorano e investono nella segmentazione di questo prodotto simbolo del nostro Paese, dove solo lo scorso anno ne sono state consumate 1 milione e 700mila tonnellate (1.730.121 tonnellate). Secondo una stima di Unione italiana food, ogni anno mediamente i produttori destinano il 10% del fatturato in ricerca e sviluppo per un totale del comparto pari a 500 milioni di euro.
Maccheroni di ceci, penne ai lupini, fusilli al farro, linguine di avena, spaghetti alla spirulina e rigatoni di grano saraceno: anche un alimento classico come la pasta negli ultimi anni si è adattato ai gusti e alle esigenze dei consumatori del terzo millennio, con una crescita delle vendite di quelle che vengono definite “altre paste”: il valore al retail di questa macro-categoria lo scorso anno ha toccato i 247 milioni di euro (Fonte: Elaborazioni Unione italiana food su dati NielsenIQ) e un consumo a retail di pasta di semola integrale, di farro, di kamut e di legumi che ha raggiunto le 51.432 tonnellate per un valore di 122 milioni di euro. La pasta di semola di altri grani si attesta su 7.266 tonnellate per un valore di 27 milioni di euro, mentre la pasta di semola senza glutine è quella che registra una maggiore crescita con 18.041 tonnellate (+5,6% a consumo) e un valore di 98 milioni di euro (+7,7% a valore), un percorso in ascesa che appare ormai inarrestabile, consolidandosi come uno dei segmenti più dinamici del mondo healthy.








