di
Alessandro Cannavò
Il colloquio incalzante con l’imam della rivoluzione iraniana e il gesto di togliersi il velo davanti a lui: «Uno stupido cencio». Il leader israeliano e le accuse sulla guerra infinita in Medio Oriente. Il dittatore libico che gli italiani non capivano
Era il 23 settembre del 2001, fui spedito a New York a casa di Oriana Fallaci mentre ancora nell’aria di Manhattan si respiravano la polvere e lo choc dell’attentato alle Torri Gemelle. Il mio compito era di assisterla in ogni sua richiesta: la grande Fallaci stava scrivendo un lunghissimo testo su Ground Zero e sul comportamento dell’Occidente di fronte al terrorismo islamico. Un sermone, un’invettiva quel «La rabbia e l’orgoglio» che uscì sul Corriere della sera il 29 settembre; una deflagrazione mediatica che scosse e maltrattò le nostre coscienze e fu preveggente di molte dinamiche sviluppatesi negli anni seguenti. Entrai nella casa di Oriana con molto timore e mi trovai di fronte una donna minuta, nervosa, ansiosa di ritornare al lavoro per esprimere nella maniera più sferzante il suo pensiero.
Malata da tempo, Oriana sapeva di non avere molto tempo, si era autoesiliata da quasi un decennio, dedicandosi a scrivere un libro sulla storia della sua famiglia dall’epoca dell’Inquisizione in poi. Lo choc dell’11 settembre la rivitalizzò, vedendo in quell’evento e nei suoi protagonisti la materia di un racconto formidabile. Finché a un certo punto, tra la lettura a voce alta di quanto aveva scritto, le sigarette con la cenere penzoloni sui fogli, le note a pennarello e i bianchetti per correggere senza sosta la punteggiatura, Oriana non venne fuori dicendomi: vedi col tuo giornale se riuscite a farmi intervistare Bin Laden. Rimasi interdetto. Anche se fu il desiderio di un solo attimo, colsi in quella richiesta la nostalgia di anni in cui era stata una delle più grandi intervistatrici dei potenti. E soprattutto dei dittatori. Di sicuro la più originale, sprezzante, pericolosa. Eccone qui quattro esempi. I ritratti dello scià di Persia, di Khomeini, di Sharon e di Gheddafi hanno uno stile e una dimensione letterari, i giudizi taglienti si mescolano con una insidiosa ironia, l’ego degli intervistati si confronta con il protagonismo dell’intervistatrice.






