L'allenatore del numero 1 del mondo: "Si capiva subito che aveva un talento raro ma anche una gran voglia di far bene. Era già centrato, concentrato su quello che faceva". A lui è stata aggiunta "la flessibilità. Lui era, un po’ lo è rimasto, una persona abbastanza rigida. In campo sapeva giocare ottimi punti, ma gli mancava la dimensione tattica, la coscienza delle caratteristiche degli avversari e quindi della flessibilità con la quale affrontarli"

Simone Vagnozzi ha avuto sin da piccolo "la febbre del tennis", così la chiama lui: ha cominciato a sei anni con una racchetta di legno, la prima partita a nove anni, i primi tornei, le gioie e le delusioni, a sedici anni è andato via di casa per inseguire il suo sogno, la battaglia con la classifica (fino a numero 161 del mondo) però, complici gli infortuni, "sentivo che mi mancava qualcosa e, mentre giocavo, capivo che avrei fatto meglio l’allenatore".