Dalla caduta del Muro di Berlino la sinistra europea è alla ricerca di una ragion d’essere che fatica a trovare. Vi fu il blairismo – o, se si preferisce, il clintonismo – e da allora una lunga oscillazione tra reazioni a quella stagione e tentativi, più o meno tardivi, di reinventarla. In quasi tutte le democrazie europee la domanda su dove debba andare la sinistra resta aperta. Oggi, soprattutto nel Sud Europa, questa domanda si accompagna alla radicalizzazione di una parte rilevante di quel campo politico.
In Italia e in Francia, Paesi cugini che – il primo negli anni Novanta, il secondo nell’ultimo decennio – hanno visto andare in pezzi il sistema partitico tradizionale, la tensione tra vocazione riformista e desiderio di “ritrovare” una sinistra più “di sinistra” è costante. Produce frammentazione e ha come colonna sonora la perdita dell’elettorato popolare, scivolato in misura significativa verso la destra radicale.
In Francia, a un anno dalle presidenziali, la sinistra non sembra avere molte possibilità di tornare all’Eliseo. Si presenta divisa. I piccoli partiti – comunisti, verdi, gli stessi socialisti, un tempo colonna del sistema – sono ridotti a percentuali modeste. Solo due poli, La France insoumise (LFI) e Place publique (PP), lontanissimi tra loro e incarnati dai rispettivi leader, Jean-Luc Mélenchon e Raphaël Glucksmann, hanno oggi la capacità di proporre figure quasi presidenziabili. Sono due mondi alternativi. Quello di Mélenchon è un populismo di sinistra, che individua il nemico nelle élite europee e pro-occidentali, mentre costruisce il “popolo” attraverso un lessico che, sotto il segno del meticciato, incorpora sempre più spesso appartenenze ascrittive. Non è il nazionalismo etnico della destra radicale, ma ne riproduce, in forma rovesciata, la tentazione identitaria.






