La presenza di una sola regista in concorso alla Mostra è il dato, ma anche l’occasione per una riflessione sulla presenza femminile non solo ai festival, ma all’interno dell’intera filiera cinematografica. Direttrici di festival, produttrici e rappresentanti dell’industria hanno indicato, in una prima ricognizione su Repubblica, uno squilibrio che nasce prima della selezione: le opere firmate da donne sono diminuite, le registe faticano a passare dall’esordio ai film più ambiziosi e la loro presenza si assottiglia proprio quando aumentano budget, prestigio e possibilità produttive. In questo secondo appuntamento il quadro si allarga ancora: non basta contare quante donne arrivano alla regia, bisogna capire quante partecipano alle decisioni lungo tutta la filiera, dai finanziamenti alle commissioni, dalle produzioni ai ruoli tecnici, fino ai vertici dell’industria culturale.

Per Fabia Bettini, direttrice di Alice nella Città, la regia è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga; “Il problema riguarda tutta la filiera. Dovremmo avvicinarci al cinquanta e cinquanta nelle direzioni artistiche, nelle commissioni che assegnano i contributi, nella sceneggiatura, in tutti i ruoli decisionali. Non è vero che la parità sia stata raggiunta. Molto spesso le donne occupano posizioni rappresentative ma non hanno un reale potere di incidere. È un problema a trecentosessanta gradi”. Anche il criterio della qualità, osserva, non è mai completamente neutrale. «La qualità è molto nell’occhio di chi guarda. Una direzione artistica composta anche da donne può avere una sensibilità diversa, capace di riconoscere linguaggi che magari sfuggono a uno sguardo esclusivamente maschile”.