Trovarsi faccia a faccia con la violenza e scegliere di guardare altrove. È questa l’immagine che più di ogni altra racconta quanto accaduto giovedì sera a Bari: una ragazza di 26 anni viene aggredita dal «branco». Attorno ci sono una decina di persone. Quando tutto finisce è lei a recuperare il cellulare e a chiamare il 118. Durante quei minuti, nessuno è intervenuto. Non si chiede ai cittadini di trasformarsi in eroi. Sarebbe ingiusto e persino irresponsabile. Nessuno pretende che una persona affronti da sola un gruppo violento. Ma tra rischiare la propria incolumità e voltarsi dall’altra parte esiste uno spazio enorme.
È già successo. Qualche mese fa raccontammo l’aggressione a un gruppo di ragazzi in corso Vittorio Emanuele. I ragazzi, tutti minori, si rifugiarono all’interno di un bar. Anche allora i presenti voltarono lo sguardo dall’altra parte. Negli ultimi mesi episodi simili si sono moltiplicati. Cambiano i protagonisti, cambiano le strade, cambia l’età delle vittime, ma il copione resta quasi sempre lo stesso: un gruppo contro uno, una lite che degenera, un pestaggio ripreso da qualche cellulare, qualcuno che resta a terra e molti che osservano. Per anni si è parlato di baby gang. Oggi qualcuno contesta perfino questa definizione. Sostiene che sia sbagliata, che finisca per etichettare fenomeni diversi. Può essere una discussione legittima. Ma il nome cambia poco. La realtà resta e la violenza si moltiplica.













