L’uso dell’intelligenza artificiale non riguarda solo la politica, ma è evidente a tanti (anche se non a tutti) che la questione del consenso, nella doppia versione di consenso abilitante e confermante, rappresenti il terreno più delicato.
Cominciamo con due premesse di carattere generale. La prima: l’intelligenza artificiale non va fermata, poiché rappresenta un’importantissima leva di crescita economica e poiché allinea il nostro Paese alle realtà industriali più avanzate. Il suo uso da parte di imprese e istituzioni va, al contrario, incoraggiato, ma con regolamentazioni in grado di garantire trasparenza, oltre che efficienza tecnologica. L’Europa ha dimostrato di essere lungimirante con l’AI Act, assetto normativo che tra pochi giorni diventerà applicabile in pieno. Il provvedimento era entrato in vigore ufficialmente due anni fa, ma è dal prossimo 2 agosto che sarà indispensabile tracciare tutto ciò che viene generato dall’intelligenza artificiale. Con l’articolo 50, infatti, si rende operativo il diritto di conoscere se chi parla è un chatbot, un assistente virtuale, un sistema vocale o una persona in carne e ossa, ma anche se un testo, un video o una foto sono creati artificialmente o dall’essere umano. L’ambiguità, insomma, non è più tollerabile. I contenuti fatti dalla e con l’intelligenza artificiale devono essere «marcati», cioè etichettati e segnalati.








