«Non volevo essere bizzarra in maniera non necessaria. Certamente bizzarra, ma con uno scopo». Così, un tempo, si diceva delle scene di nudo. Ora per quelle c’è il coordinatore di intimità. Per le bizzarrie nessuna normalizzazione è ancora stata messa in atto. Gillian Anderson, del resto, ha tutti gli strumenti per occuparsene in assoluta autonomia.

Prima di tutto l’attrice americana dall’eloquio forbitissimo e dall’accento British (cresciuta tra Londra, Porto Rico e il Michigan) sceglie di far parte di un film che si intitola Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte (al cinema dal 19 agosto e poi sulla piattaforma Mubi, non lasciarsi impressionare dal titolo, è piuttosto divertente e anche istruttivo). Il film ha aperto la sezione Un Certain Regard dell’ultimo festival di Cannes tra ali di giovani fan e un entusiasmo di solito riservato alle rockstar.

Altra bizzarria: come mise, per accogliere la giovane regista (interpretata da Hannah Einbinder, star della serie Hacks che si è appena portata a casa 24 candidature agli Emmy), incaricata di rinverdire i fasti di una fortunata di serie di film horror degli anni ’80, di cui lei era stata protagonista, Gillian Anderson sceglie un turbante e un caftano che nemmeno Norma Desmond avrebbe indossato in Viale del tramonto. Anzi sì, perché il suo personaggio proprio a quello interpretato dalla star del film di Billy Wilder si ispira.