Stefano Corsi è nato a Bergamo nel 1964, l’ha fisicamente lasciata nel

1970 e da allora vive a Lodi. Insegna lettere in un liceo milanese e collabora

con l’ …

N

iente rende più allucinato e doloroso il lutto del tempo dell’estate. Ernesto l’elettricista era amatissimo, in paese. Visto dalla prospettiva di Caudano, forestiero arrivato da pochi anni, Ernesto era il classico scapolo buono. Un uomo umile, non bello, non brillante, ma sempre gentile, con tutti e anche con lui. Si erano conosciuti al bar di Claudio, ed Ernesto gli era poi andato per casa una volta, d’inverno, quando il vecchio impianto elettrico aveva smesso di funzionare e aveva avuto bisogno di essere rimesso a norma, oltre che a nuovo. Ernesto aveva fatto la sera stessa una corsa per evitargli il buio e le candele, aveva sistemato il minimo necessario e poi aveva dedicato alla casa episcopale del professore tutta la domenica successiva. Quanto aveva voluto? Nulla, perché lui era così. Lavorava per un’azienda della città e in paese era disponibile con chiunque avesse bisogno. Diceva sempre che a lui il pane lo dava lo stipendio, non gli amici. Il buon Elvio si era poi sdebitato con una scelta di vini e formaggi, perché sapeva del doppio debole di Ernesto. Forse non del tutto estraneo alla sua morte improvvisa. Per incredibile rigidità burocratica, le esequie si svolgono alle due di un pomeriggio di caldo immoto, opprimente. Fuori dalla chiesa, sul sagrato, la luce non ha pietà. E il professor Caudano, arrivato in ritardo, lì è rimasto. Son venuti tutti, il piccolo edificio sacro non è capiente e le conseguenze sono ovvie. La voce del parroco arriva a malapena. Bella l’omelia, tutta sull’evangelica idea che i piccoli e i semplici siano cari al Cielo.