di
Luigi Ripamonti
Sul Corriere Salute del 26 luglio Marco Trabucchi richiama l’attenzione sul rapporto fra AI e anziani e cita un documento dell’Oms («Ageism in artificial intelligence for health»), nel quale si indicano le modalità per impedire che la logica dell’ageismo possa influenzare le indicazioni offerte dall’intelligenza artificiale. «Vi è il rischio, infatti - scrive Trabucchi -, che le nuove tecnologie possano replicare i pregiudizi impliciti ed espliciti nei riguardi degli anziani, già presenti nella nostra società».
Il problema dei pregiudizi «restituiti» dalle principali piattaforme di AI è stato affrontato di recente anche da una ricerca pubblicata su Nature Health («Large language models exhibit stigmatizing behaviour in contextual judgements of health conditions»), che ha riscontrato come gli Llm (large language model) su cui questi sistemi si basano, pur essendo programmati per filtrare alcuni pregiudizi in ambito di salute, in realtà tendevano a imitare i pregiudizi umani insiti implicitamente nei loro materiali di addestramento.
Si tratta di uno dei diversi problemi che si propongono con la diffusione sempre maggiore dell’uso dei chatbot su temi sensibili, fra cui quelli relativi alla salute. Nel caso specifico non si trattava di pregiudizi espliciti e volgari, bensì più sottili e ricavabili dal contesto. Tuttavia vale la pena essere vigili (anche) su questo aspetto nei riguardi dell’AI, che, ormai è noto, sa essere non solo persuasiva ma talora quasi «adulatrice» nelle sue interazioni con gli umani.Per l’ennesima volta: non si tratta di essere neoluddisti a tutti i costi, ma, neppure di fare gli struzzi tecnoentusiasti giusto per non apparire «fuori moda». Prevenire, nei limiti del possibile, è meglio che curare.







