Mentre Alexsandr Malofeev suona il bis, a qualcuno in orchestra appaiono sul viso i segni della commozione. Questo pianista si muove nel misterioso territorio tra lo spartito e l’emozione con originale profondità e luminosa schiettezza.Il Pas de deux dello “Schiaccianoci” nella versione pianistica è arrivato fuori programma nel gala Tchaikovsky della stagione estiva dell’orchestra di Santa Cecilia alla Basilica di Massenzio, a Roma, sul podio Manfred Honeck. In apertura il Concerto per pianoforte, che ha sbalordito il pubblico. Racconta Malofeev, nato nel 2001 a Mosca, di averlo imparato a 13 anni. «È stato subito un sogno. Per me è un’esperienza potente e spirituale, è il suono di un universo, molto più grande di tutti noi e delle nostre esperienze umane».C’è un pensiero dietro l’esecuzione, una riflessione probabilmente cominciata anni fa davanti al giradischi. «La registrazione di questo pezzo che mi ha influenzato e suggestionato di più è un disco della mia infanzia: Van Cliburn al concorso Tchaikovsky di Mosca (nel 1958 il pianista americano vinse con quella esecuzione la gara con i migliori giovani solisti russi, ndr). Cattura la magia di un momento: la musica ha messo in comunicazione persone di culture diverse nel mezzo di un conflitto».C’era la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica in quegli anni, ma il messaggio ci riporta ai nostri tempi. «Tchaikovsky è il genio dell’universalità delle emozioni. Le esprime in modo puro e infantile, in un certo senso. Sembra sempre che trovi l’essenza di gioia, tristezza, nobiltà, giocosità e le renda semplici e nello stesso tempo eleganti e professionali nel linguaggio musicale. Dona agli spettatori qualcosa di semplice che tutti hanno in comune, anche se ogni cultura ha esperienze molto differenti di vita, gioia e tristezza». Alexander Malofeev ha studiato musica in alcune delle più rinomate istituzioni moscovite e oggi vive a Berlino.«Onestamente, la mia vita è cambiata in meglio. L’istruzione musicale russa è molto concentrata sulla perfezione tecnica e sulla carriera solistica. In Europa l’importanza della musica da camera è molto più presente», afferma il pianista: «Mi sento molto più nel flusso della musica quando sono in compagnia di altri musicisti. A Berlino ho conosciuto molti amici e mi sento molto più libero nella creazione musicale. Quando me ne sono andato dalla Russia, quattro anni fa, ero ancora uno studente. Ora sto provando a pensare cosa voglio fare nella mia vita».Alexander ha i dubbi e le aspirazioni della sua età. Convivono con la nostalgia: «Mi piacerebbe ogni tanto poter tornare in Russia, perché la mia famiglia vive lì».Se fosse rimasto in Russia sarebbe stato arruolato a forza?: «Ho questioni aperte con le autorità militari. Purtroppo oggi in Russia essere un musicista non è una buona ragione per non essere chiamato alle armi. Sarebbe potuto succedere». Ora va in Germania, poi in Francia, a seguire al festival di Salisburgo. E ancora negli Stati Uniti e dopo di nuovo in Europa, con un tour che entro l’estate lo porterà anche in Spagna, Repubblica ceca, Georgia e Scozia. «Mi piace suonare, fare concerti, esercitarmi e incontrare nuova gente. Non mi piace tutto il resto e con ciò intendo viaggi, alberghi e alzatacce. Sono due vite parallele, perché quando sono sul palcoscenico non ricordo le parti scomode della professione».Parlando di cose che gli piacciono e di quelle che non gli piacciono, cerchiamo di capire i gusti di Malofeev da ascoltatore. «Adoro la prima di Shostakovich e la settima di Beethoven, per esempio. La prima di Tchaikovsky è qualcosa che porto sempre nella mia mente quando salgo sul palcoscenico. Mi piace la musica che va dritta al cuore, senza curve e lunghi percorsi, anche se apprezzo le sinfonie di Mahler come esperienze spirituali».Malofeev, che ha finora registrato un solo album (per Sony Classical), è uno di quel solisti che lascia negli spettatori il ricordo di un concerto fuori dall’ordinario. Forse questo deriva anche da ciò che lui stesso ama: «Mi piace divertirmi a un concerto, sia come pianista sia come ascoltatore. Credo che la musica sia creata per essere gustata. Anche quando suono un pezzo molto serio e drammatico penso sempre alle persone nel pubblico che vogliono passare un buon paio d’ore, dimenticando i problemi a casa o sul lavoro. Vogliono solo essere circondati dalla musica a da persone che desiderano immergersi nello stesso flusso».Questo giovane meraviglioso, che sul palco come nella conversazione è sorridente, vitale e assertivo, sembra avere anche appetito per le altre arti nel suo percorso di formazione. Il cinema, per esempio: «L’ultimo film che ho visto? “Persona” di Ingmar Bergman. Forse è un po’ troppo classico, ma io l’ho visto adesso perché ho pochissimo tempo. Quando sono in tour provo ad andare nei musei, ma in pratica l’unico momento che ho è di notte, dopo il concerto. Allora esco ed esploro l’architettura e le altre arti. Sono stato tante volte in Italia ed è sempre bellissimo uscire senza meta. Trovo che l’Italia sia imbattibile nelle mie passeggiate dopo-concerto».