La morte improvvisa di Teodoro Valente, presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana, ci ricorda una verità tanto semplice quanto difficile da accettare: nessun incarico, nessun successo e nessun progetto ci mettono al riparo dalla fragilità della vita. Si corre dalla mattina alla sera inseguendo riunioni, dossier, scadenze e responsabilità. Si vive di telefonate, incontri e progetti, con l'illusione che ci sarà sempre il tempo per fare ciò che oggi rimandiamo. Poi, improvvisamente, ci si accorge che il domani non è scontato. La scomparsa di Valente ci porta a chiederci quale futuro stiamo costruendo. Ed è proprio il futuro il punto.

L'Italia possiede una delle filiere spaziali più complete d'Europa. Ha università di eccellenza, centri di ricerca riconosciuti a livello internazionale, un'industria competitiva e una tradizione che pochi altri Paesi possono vantare, dall'osservazione della Terra all'esplorazione robotica, fino ai moduli abitativi della Stazione Spaziale Internazionale. Eppure permane la sensazione che il sistema stia progressivamente perdendo slancio. Più impegnato ad amministrare il presente che a progettare il futuro.

Anche l'Europa sembra attraversare una crisi di visione. L'Agenzia Spaziale Europea appare sempre più orientata alla gestione dell'esistente. La prudenza è diventata metodo, il consenso è diventato obiettivo e il rischio tecnologico — quello che storicamente ha alimentato ogni grande conquista dell'esplorazione — sembra ormai essere percepito come qualcosa da gestire, più che da perseguire.