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Nel 1953 una principessa fugge dall'ambasciata del proprio Paese e attraversa Roma seduta sul sellino di una Vespa. Non conosce la città, non possiede denaro, non ha un itinerario. In poche ore incontra Piazza di Spagna, il Colosseo, la Bocca della Verità, il Tevere, via Margutta. Roma le si offre senza traffico, senza code, quasi senza abitanti. È una capitale disponibile, abbastanza antica da apparire solenne e abbastanza informale da poter essere conquistata in un pomeriggio.

Roman Holiday (William Wyler, 1953) viene girato quando il turismo internazionale di massa non esiste ancora. Wyler non poteva prevedere che quel percorso sarebbe diventato una sorta di liturgia laica, replicata nei decenni da milioni di visitatori. Aveva però compreso qualcosa che il cinema americano avrebbe continuato a praticare con notevole disciplina: una città diventa desiderabile quando smette di essere un insieme disordinato di luoghi e acquista la semplicità di un racconto. Il film non mostra Roma, bensì ne prescrive l'uso. Stabilisce dove sedersi, cosa fotografare, quale mezzo guidare, perfino quale emozione associare a ogni tappa. Da allora Hollywood ha progressivamente ridotto l'Italia a un repertorio limitato di luoghi riconoscibili. Ha conservato Roma, Venezia, la Toscana, la Costiera amalfitana, qualche lago e una Sicilia ancora abbastanza arcaica da sembrare autentica. A ciascun luogo viene assegnata una funzione. Roma libera dalle convenzioni, Venezia custodisce il mistero, la Toscana ripara ciò che si è spezzato, il Mediterraneo trasforma la ricchezza in eleganza. L'Italia industriale, suburbana, adriatica o appenninica ricorderebbe che il Paese lavora, produce, invecchia, si espande senza grazia, mentre Hollywood cerca una nazione sottratta al presente.