<p>Sono bastate appena ventuno parole pronunciate da Andrea Orcel ai microfoni di Class Cnbc per riaccendere ancora una volta i riflettori sul riassetto di Assicurazioni Generali: «È ancora un investimento finanziario.
Stiamo osservando, perché l'environment si sta muovendo e, in funzione di questo, prenderemo le nostre decisioni», ha detto giovedì 23 circa un eventuale interesse di Unicredit a crescere nella compagnia dall'attuale 9%. «Partecipazione finanziaria» è stata anche la definizione usata da Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, per la quota del 13% che potrebbe trovarsi a detenere del gruppo triestino, se avrà successo l'opas su Mps-Mediobanca che quella ricca dote porta con sé. </p><p>La fotografia dell'estate del risiko bancario 2026 mostra così i due colossi italiani testa a testa – virtualmente, per ora, per Intesa – dentro l'altro colosso finanziario nazionale.
Un colosso molto più forte che in passato.
La cassaforte del risparmio e del debito pubblico attraverso oltre 40 miliardi di Btp nei portafogli, tra i maggiori investitori immobiliari al mondo con oltre 37 miliardi di euro, vede il suo titolo triplicato nei dieci anni di guida di Philippe Donnet, grazie alla crescita costante degli utili ma anche per gli scontri tra azionisti (tutti italiani) che hanno spinto al rialzo le quotazioni: a marzo 2016 l'azione valeva 13,8 euro, ora sfiora i 43 euro per una capitalizzazione che supera 65 miliardi. </p><p>A buon diritto Donnet, che il 6 agosto presenterà i conti del semestre, ha rivendicato ancora di recente che «Generali non è mai stata tanto forte com'è oggi.







