La Commissione europea ha comminato a Google un’ammenda di 890 milioni di euro per violazioni del Digital Markets Act (DMA). Per il colosso di Mountain View, però, l’impatto economico è sorprendentemente contenuto: alla capogruppo Alphabet basterebbero appena 18-19 ore di attività per coprire l’intera somma.

Ciò che per molte imprese sarebbe una ferita profonda, per Alphabet equivale a meno di una giornata di fatturato, assumendo i tratti di un costo di conformità.

I dati del secondo trimestre 2026 fotografano bene la sproporzione. Con ricavi trimestrali nell’ordine di 119,8 miliardi di dollari, Alphabet genera circa 1,12 miliardi di euro al giorno, pari a quasi 46,7 milioni di euro all’ora. Calcoli ripresi anche dalla stampa tedesca, tra cui la BILD, indicano che la penalità viene assorbita in circa 18 ore di operatività.

Pur ricordando che il fatturato non coincide con l’utile netto — gonfiato in quel trimestre da 99 miliardi di dollari di plusvalenze non realizzate — la scala del gruppo rende l’assegno per Bruxelles pressoché ininfluente sui conti immediati.

Il punto, tuttavia, non è il conto in banca di Google, bensì il suo modello di business. Il provvedimento del 23 luglio 2026 colpisce due condotte chiave del “gatekeeper”: 460 milioni di euro per l’autopreferenza nei risultati di Google Search, dove la società avrebbe favorito i propri servizi a scapito dei concorrenti; altri 430 milioni per le regole del Google Play Store che impedivano agli sviluppatori di promuovere liberamente offerte più convenienti al di fuori dell’app store. Su queste restrizioni si gioca lo scontro principale.