«Non credete a chi vi racconta cose non vere», dice il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara a conclusione di un video pubblicato giovedì sui suoi canali social. Il ministro toglie del tempo al suo lavoro a capo del dicastero per criticare due articoli usciti su Domani e Repubblica.

Le persone intervistate – nel primo caso Simona Ammerata della Casa delle donne Lucha Y Siesta, nel secondo la senatrice del Pd Valeria Valente – criticano la legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Le frasi incriminate sostengono, da un lato, che le politiche del governo spostino la responsabilità della violenza su chi la subisce, cioè sulla donna; dall’altro, che il provvedimento non contribuisca alla lotta contro la violenza maschile sulle donne. «Approfondite prima», è l’invito del ministro, che abbiamo deciso di cogliere.

«Sono rimasto particolarmente sorpreso perché l’articolo 1 comma 5 della legge Valditara esordisce proprio con queste parole “Fermo restando quanto previsto dalle indicazioni nazionali”», afferma il ministro, richiamando gli obiettivi di apprendimento che, come vedremo, fanno riferimento al contrasto di ogni forma di violenza di genere.

Prima di passare in rassegna i motivi, esplicitati da Valditara, per cui la legge contribuirebbe alla lotta contro la violenza maschile contro le donne, occorre analizzare il contenuto del provvedimento bandiera, contro quella che la destra chiama «la propaganda gender», alla luce degli obblighi internazionali che l’Italia ha sottoscritto.