Volevano costringere i giornalisti a consegnare i tabulati telefonici, a rivelare le proprie fonti, a testimoniare davanti al Gran Giurì per aver pubblicato una notizia scomoda all’amministrazione Trump. E invece il clamoroso attacco del governo americano al New York Times e insieme alla libertà di stampa è stato disinnescato da un giudice federale, Arun Subramanian, che ha costretto il Dipartimento di Giustizia alla ritirata. Ieri, giovedì 23 luglio, il governo ha infatti annullato i mandati di comparizione per i tre cronisti del quotidiano, accusati di aver pubblicato uno scoop sulle preoccupazioni per la sicurezza riguardo il nuovo Air Force One donato a Trump dal Quatar. Una “casa volante” l’aveva definito il presidente Usa, ma con grosse falle, ad esempio l’assenza di adeguati sistemi antimissile. Condizioni che avevano spinto i servizi segreti a consigliare di usare il tradizionale aereo presidenziale per raggiungere Ankara.

La rappresaglia di Trump era stata immediata. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, la Casa Bianca aveva incaricato il direttore dell’Fbi Kash Patel di indagare sulla fuga di notizie e di individuare le fonti che avevano parlato con i giornalisti rivelando i problemi nella sicurezza. Agli autori erano stati inviati mandati di comparizione per obbligarli a presentarsi di fronte a un grand giurì federale di Manhattan, col rischio di essere incriminati. “Agenti federali si sono presentati a casa dei reporter” aveva riferito il legale del New York Times David McCraw. “Questo dovrebbe sconvolgere la coscienza di qualsiasi americano che crede nella Costituzione e nella libertà di stampa che questa protegge“.