È curioso come l’ultimo video di Roberto Vannacci – costruito con l’intelligenza artificiale, ma perfettamente allineato alla sua estetica muscolare – venga salutato come una novità, quando in realtà è solo l’ennesima tappa di una lunga deriva: un prodotto violento, aggressivo, calibrato per parlare alla pancia degli elettori, nello stile di Donald Trump certo, ma soprattutto figlio di una trasformazione che ha dissolto la politica come attività riflessiva, quella dei politici di professione che discutevano nelle sezione e sui giornali delle élite, per sostituirla con il politainment, dove l’obiettivo non è più convincere ma intrattenere, non è più argomentare ma appassionare, non è più costruire consenso ma dividere il pubblico in tifoserie.
È la società dello spettacolo preconizzata nel Sessantotto da Guy Debord che incontra la campagna elettorale permanente e la fine delle grandi narrazioni politiche: i partiti non sono più agenzie di socializzazione, ma brand emotivi, attaccati a leader, che non sono più mediatori, ma performer; gli elettori non sono più cittadini, ma pubblico. E mentre la politica diventava spettacolo, l’informazione diventava infotainment: si è passati dall’analisi all’azzuffata, dal ragionamento al litigio, dal confronto alla rissa.











